Dal numero di Maggio 2010 de “Il Corriere della proprietà immobiliare” edito dalla sede provinciale dell’A.P.E. Confedilizia Firenze – attualmente in distribuzione agli iscritti e non solo – abbiamo tratto questo interessante articolo. Lo riproduciamo integralmente, perché riassume bene le considerazioni che abbiamo spesso fatto sulla situazione degli sfratti per morosità nella nostra città e nella provincia.
“Raccontiamola così: un inquilino cessa di pagare il canone; di questi tempi succede …. Il proprietario traccheggia per qualche mese perché spera o si illude che l’inquilino ce la faccia, perché vede la morosità come male minore rispetto al tribunale ed all’avvocato, o perché spera che l’inquilino se ne vada spontaneamente, perché, perché …………
Alla fine il Tribunale e l’avvocato divengono il male minore. Si comincia dunque la procedura di sfratto presso il nostro Tribunale. A questo punto, cari lettori: quanto tempo pensate sarà necessario perché per il nostro proprietario giunga il sospirato momento della liberazione della sua proprietà? Sei mesi, dodici, diciotto, ventiquattro? Buona l’ultima risposta, il che vuol dire che il nostro proprietario, oltre ai costi dell’avvocato e dell’ufficiale giudiziario, perderà anche due ulteriori anni di canoni, sui quali, se si tratta di un immobile non abitativo, dovrà pagare anche le tasse! Conclusioni. Indicazioni delle autorità responsabili: non pervenute. Rimedi: evitare di farsi il sangue amaro perché al danno non si aggiunga anche la beffa, o perché agli zoppi non tocchi una buona dose di grucciate, come si dice dalle nostre parti.”
Aggiungiamo una considerazione in più: ma non ci era stato raccontato che la proprietà non era più un furto? Evidentemente non è così per tutti. Di fatto si viene a creare un esproprio – temporaneo, ma ugualmente esproprio – imposto da chi non riesce a trovare il modo di uscire da una politica della casa inconcludente lasciando il problema (irrisolto) sulle spalle del più debole infischiandosene del diritto.
giovedì 17 giugno 2010
giovedì 10 giugno 2010
Anche l’ANCI la pensa come noi
“Bisogna affermare una politica della casa che non sia unicamente basata sullo sviluppo edilizio, ma risponda ai bisogni sociali della collettività, con particolare riguardo alle fasce deboli”.
Lo ha dichiarato all’Agenzia Adnkronos il Vicepresidente dell’Anci Roberto Reggi, Sindaco di Piacenza.
“Occorrono – ha dichiarato ancora Reggi – iniziative mirate ad incentivare l’affitto anche nel privato ed allo scopo è innanzitutto fondamentale l’introduzione della cedolare secca al 20 per cento sui redditi da locazione”.
Leggere queste notizie ci riempie di soddisfazione, perché quello che andiamo dicendo da anni trova sempre più credito presso enti ed associazioni ai quali, diciamo la verità, fino ad oggi la nostra proposta dava un certo…prurito, dovuto a quella sorta di atavica idea che la proprietà fosse ancora un “furto” e soprattutto che i proprietari fossero in linea generale opportunisti dediti solo ad accaparrare reddito.
Inutile spiegare che siamo gli stessi che sottoscrivono accordi con le associazioni degli inquilini e gli enti locali, rinunciando, come accaduto a Firenze in occasione degli ultimi patti territoriali, ad un aumento dei coefficienti in base ai quali vengono calcolati i canoni in considerazione della crisi economica che ha tagliato notevolmente le risorse delle famiglie, in particolare quelle a basso reddito.
Quando da parte nostra è stato sollevato il problema della cedolare secca sui redditi da locazione, il pensiero non andava soltanto agli interessi dei proprietari, che pure ci stanno a cuore. Tenevamo in conto anche la necessità di risolvere una volta per tutte l’enorme problema della casa, per il quale si approntano piani spesso faraonici e di scarsa - o nulla – possibilità di realizzazione, tralasciando quello che sarebbe l’uovo di Colombo: la cedolare secca.
Se anche l’ANCI comincia a farci un pensierino è almeno lecito pensare che la nostra idea non era proprio peregrina e, forse, sarebbe il momento che chi ci governa trasformasse finalmente le promesse (sottoscritte anche dall’attuale premier) in realtà. Siamo convinti che ne deriverebbero solo benefici.
Lo ha dichiarato all’Agenzia Adnkronos il Vicepresidente dell’Anci Roberto Reggi, Sindaco di Piacenza.
“Occorrono – ha dichiarato ancora Reggi – iniziative mirate ad incentivare l’affitto anche nel privato ed allo scopo è innanzitutto fondamentale l’introduzione della cedolare secca al 20 per cento sui redditi da locazione”.
Leggere queste notizie ci riempie di soddisfazione, perché quello che andiamo dicendo da anni trova sempre più credito presso enti ed associazioni ai quali, diciamo la verità, fino ad oggi la nostra proposta dava un certo…prurito, dovuto a quella sorta di atavica idea che la proprietà fosse ancora un “furto” e soprattutto che i proprietari fossero in linea generale opportunisti dediti solo ad accaparrare reddito.
Inutile spiegare che siamo gli stessi che sottoscrivono accordi con le associazioni degli inquilini e gli enti locali, rinunciando, come accaduto a Firenze in occasione degli ultimi patti territoriali, ad un aumento dei coefficienti in base ai quali vengono calcolati i canoni in considerazione della crisi economica che ha tagliato notevolmente le risorse delle famiglie, in particolare quelle a basso reddito.
Quando da parte nostra è stato sollevato il problema della cedolare secca sui redditi da locazione, il pensiero non andava soltanto agli interessi dei proprietari, che pure ci stanno a cuore. Tenevamo in conto anche la necessità di risolvere una volta per tutte l’enorme problema della casa, per il quale si approntano piani spesso faraonici e di scarsa - o nulla – possibilità di realizzazione, tralasciando quello che sarebbe l’uovo di Colombo: la cedolare secca.
Se anche l’ANCI comincia a farci un pensierino è almeno lecito pensare che la nostra idea non era proprio peregrina e, forse, sarebbe il momento che chi ci governa trasformasse finalmente le promesse (sottoscritte anche dall’attuale premier) in realtà. Siamo convinti che ne deriverebbero solo benefici.
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giovedì 3 giugno 2010
Manovra economica: aspettiamoci di tutto!
Pubblichiamo in questa pagina le dichiarazioni rilasciate dal Presidente Confederale CORRADO SFORZA FOGLIANI in merito alla manovra disposta dal Governo per limitare l’indebitamento pubblico, che se continuasse ad aumentare ancora di questo passo ci porterebbe ad una situazione simile a quella della Grecia. Riportiamo anche la notizia dell’avvenuto accoglimento del ricorso presentato dalla nostra Associazione da parte del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, che ha annullato per la seconda volta il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 2007 in materia di affidamento ai Comuni di funzioni catastali.
La decisione di riprendere questa notizia, della quale abbiamo già fatto menzione nei numeri precedenti, è dovuta all'avvenuta conferma di tutte le nostre preoccupazioni. Abbiamo infatti contrastato il provvedimento citato, che avrebbe permesso ai Comuni di trasformare la leva della rendita catastale in uno strumento fiscale di non secondaria importanza e legato alla sola ed unica esigenza di fare “cassa”. La recente manovra economica varata dal Governo è stata duramente contestata dagli enti locali (di entrambi gli schieramenti), che hanno paventato la necessità di ridurre i servizi al cittadino a partire dalla sanità.
Nessuno ha tuttavia riconosciuto che le risorse degli enti locali – ovviamente a livello statale non si è fatto di meglio – sono spesso male impiegate con il solo scopo di mantenere un sistema di clientele sempre utile al momento del bisogno. Nessuno, se non qualche voce sporadica, si è preoccupato di sottolineare che la fonte dei maggiori sprechi risiede nel numero esorbitante di enti, consorzi, comunità, società partecipate. La presenza di questi si può giustificare solo con la necessità di trovare una collocazione a chi “tiene famiglia” e deve essere sistemato.
Non vogliamo immaginare cosa sarebbe successo in questo frangente con il catasto nella mani dei comuni.
Il Presidente della Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani, ha dichiarato:
“Ci riserviamo un giudizio analitico sulla manovra quando saranno pronti i testi esatti delle disposizioni. Per ora (e quindi se non ci saranno stravolgimenti da parte del Parlamento) c’è in essa un messaggio chiaro, che è quello che gli italiani si aspettavano: l’apparato pubblico deve costare meno. In questo senso, è la prima vera manovra di finanza pubblica nella storia della Repubblica, una manovra all’altezza dei tempi e che in passato anche statisti indiscussi non avevano mai avuto il coraggio di varare. Solo percorrendo coerentemente la strada di «affamare la bestia» della spesa pubblica, come si dice negli Stati Uniti, si può infatti seriamente pensare ad una prossima riduzione dell’oppressione fiscale. Per il settore immobiliare, apprezziamo in particolare le misure che indicano chiaramente l’inizio di un programma di perequazione, che ci attendiamo peraltro venga ulteriormente portato avanti, ulteriormente smascherando intenti elusivi coperti da quell’evasione legalizzata che sono le agevolazioni concesse senza una reale giustificazione nell’interesse generale. L’aumento indiscriminato delle rendite catastali è un ricordo”.
La decisione di riprendere questa notizia, della quale abbiamo già fatto menzione nei numeri precedenti, è dovuta all'avvenuta conferma di tutte le nostre preoccupazioni. Abbiamo infatti contrastato il provvedimento citato, che avrebbe permesso ai Comuni di trasformare la leva della rendita catastale in uno strumento fiscale di non secondaria importanza e legato alla sola ed unica esigenza di fare “cassa”. La recente manovra economica varata dal Governo è stata duramente contestata dagli enti locali (di entrambi gli schieramenti), che hanno paventato la necessità di ridurre i servizi al cittadino a partire dalla sanità.
Nessuno ha tuttavia riconosciuto che le risorse degli enti locali – ovviamente a livello statale non si è fatto di meglio – sono spesso male impiegate con il solo scopo di mantenere un sistema di clientele sempre utile al momento del bisogno. Nessuno, se non qualche voce sporadica, si è preoccupato di sottolineare che la fonte dei maggiori sprechi risiede nel numero esorbitante di enti, consorzi, comunità, società partecipate. La presenza di questi si può giustificare solo con la necessità di trovare una collocazione a chi “tiene famiglia” e deve essere sistemato.
Non vogliamo immaginare cosa sarebbe successo in questo frangente con il catasto nella mani dei comuni.
Il Presidente della Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani, ha dichiarato:
“Ci riserviamo un giudizio analitico sulla manovra quando saranno pronti i testi esatti delle disposizioni. Per ora (e quindi se non ci saranno stravolgimenti da parte del Parlamento) c’è in essa un messaggio chiaro, che è quello che gli italiani si aspettavano: l’apparato pubblico deve costare meno. In questo senso, è la prima vera manovra di finanza pubblica nella storia della Repubblica, una manovra all’altezza dei tempi e che in passato anche statisti indiscussi non avevano mai avuto il coraggio di varare. Solo percorrendo coerentemente la strada di «affamare la bestia» della spesa pubblica, come si dice negli Stati Uniti, si può infatti seriamente pensare ad una prossima riduzione dell’oppressione fiscale. Per il settore immobiliare, apprezziamo in particolare le misure che indicano chiaramente l’inizio di un programma di perequazione, che ci attendiamo peraltro venga ulteriormente portato avanti, ulteriormente smascherando intenti elusivi coperti da quell’evasione legalizzata che sono le agevolazioni concesse senza una reale giustificazione nell’interesse generale. L’aumento indiscriminato delle rendite catastali è un ricordo”.
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giovedì 27 maggio 2010
IVA sulla TIA: il Governo vuole cancellare tutto!
Sembra che la certezza del diritto negli ultimi tempi vada di moda ancor meno di sempre.
Destano non poche preoccupazioni le voci che si rincorrono sulla stampa nazionale circa l'intenzione della maggioranza, confortata dall’assenso del governo, di azzerare – approfittando del decreto “incentivi” – il diritto acquisito dei cittadini. Ciò, in forza della sentenza della Corte Costituzionale che aveva stabilito l’illegittimità dell’applicazione dell’IVA sulla TIA e di conseguenza l’obbligo di restituzione da parte dei gestori del servizio di quanto pagato e non dovuto.
Si tratterebbe, ove le preoccupazioni si traducessero in realtà, di un vero e proprio scippo di centinaia di Euro a danno delle famiglie che negli ultimi dieci anni hanno corrisposto somme in misura superiore a quanto dovuto, arrivando a rendere legittima in futuro l’applicazione dell’IVA in forma ovviamente occulta sommando l’importo alla tariffa stessa.
Anche le attività produttive, che attualmente portano in detrazione l’IVA corrisposta (e qui si tratta di somme anche molto consistenti), si troverebbero a subire un danno notevole: ciò non sarebbe più possibile e ne conseguirebbe la necessità di fronteggiare una lievitazione di costi.
Una decisione, quella cui ci riferiamo, che, se adottata con un provvedimento legislativo, non solo darebbe un ulteriore colpo ai già limitati redditi delle famiglie, ma annullerebbe un sacrosanto diritto acquisito in forza di una sentenza della Suprema Corte. Tuttavia, quest'ultima non aveva fatto altro che sancire il principio basilare (non evidentemente nel nostro paese) dell’inapplicabilità di una imposta sull’imposta.
A quanto detto, bisogna aggiungere il fatto che a un tale provvedimento seguirebbe un ulteriore danno - e l’ennesima beffa- nei confronti dei cittadini/contribuenti che già si sono visti negare la restituzione del canone di depurazione applicato sulle bollette dei consumi dell’acqua anche in mancanza dei relativi impianti riconosciuto illegittimo sempre dalla Corte Costituzionale.
Ecco il perché della frase iniziale: quanto detto, dimostra che la certezza del diritto in Italia non interessa granché.
Destano non poche preoccupazioni le voci che si rincorrono sulla stampa nazionale circa l'intenzione della maggioranza, confortata dall’assenso del governo, di azzerare – approfittando del decreto “incentivi” – il diritto acquisito dei cittadini. Ciò, in forza della sentenza della Corte Costituzionale che aveva stabilito l’illegittimità dell’applicazione dell’IVA sulla TIA e di conseguenza l’obbligo di restituzione da parte dei gestori del servizio di quanto pagato e non dovuto.
Si tratterebbe, ove le preoccupazioni si traducessero in realtà, di un vero e proprio scippo di centinaia di Euro a danno delle famiglie che negli ultimi dieci anni hanno corrisposto somme in misura superiore a quanto dovuto, arrivando a rendere legittima in futuro l’applicazione dell’IVA in forma ovviamente occulta sommando l’importo alla tariffa stessa.
Anche le attività produttive, che attualmente portano in detrazione l’IVA corrisposta (e qui si tratta di somme anche molto consistenti), si troverebbero a subire un danno notevole: ciò non sarebbe più possibile e ne conseguirebbe la necessità di fronteggiare una lievitazione di costi.
Una decisione, quella cui ci riferiamo, che, se adottata con un provvedimento legislativo, non solo darebbe un ulteriore colpo ai già limitati redditi delle famiglie, ma annullerebbe un sacrosanto diritto acquisito in forza di una sentenza della Suprema Corte. Tuttavia, quest'ultima non aveva fatto altro che sancire il principio basilare (non evidentemente nel nostro paese) dell’inapplicabilità di una imposta sull’imposta.
A quanto detto, bisogna aggiungere il fatto che a un tale provvedimento seguirebbe un ulteriore danno - e l’ennesima beffa- nei confronti dei cittadini/contribuenti che già si sono visti negare la restituzione del canone di depurazione applicato sulle bollette dei consumi dell’acqua anche in mancanza dei relativi impianti riconosciuto illegittimo sempre dalla Corte Costituzionale.
Ecco il perché della frase iniziale: quanto detto, dimostra che la certezza del diritto in Italia non interessa granché.
giovedì 20 maggio 2010
ICI sui canoni concordati: allora avevamo ragione?
Nell’editoriale del 7 Maggio u.s. avevamo espresso le nostre perplessità in ordine al rifiuto interposto dalla maggioranza che governa il Comune di Campi Bisenzio all’eliminazione dell’ICI sui canoni di locazione concordati (che scaturiscono dai cosiddetti “patti territoriali” stipulati dalle organizzazioni degli inquilini, quelle dei proprietari e dagli enti locali). Le nostre esternazioni sono state oggetto di una sorta di gogna mediatica su tutti i giornali locali (ultima perla l’intervento del capogruppo PD su “Disegno Comune” – mensile edito dall’amministrazione comunale di Campi Bisenzio) con l’accusa di voler arrecare un danno economico notevole ed una conseguente riduzione dei servizi da parte del Sindaco e della giunta.
A niente è valso far notare il limitato impatto economico di un simile provvedimento. Allo stesso modo, non è stato colto il grande valore simbolico del provvedimento medesimo in termini di creazione di un nuovo rapporto con il mondo della piccola proprietà. La conseguenza di questa rinnovata relazione sarebbe oltretutto il reperimento di alloggi ora bloccati da una sorta di sfiducia nel sistema delle “locazioni”, dovuta sia a problematiche fiscali che alle difficoltà derivanti dall’impossibilità di rientrare in possesso in tempi brevi del bene, perfino in presenza di sfratti per morosità.
Siamo rimasti sorpresi ed anche sconcertati, dalle dichiarazioni dell’Assessore alle politiche abitative del Comune di Campi Bisenzio che testualmente ha affermato “si intende avviare un ragionamento in ordine all’utilizzo delle misure fiscali generali per alleviare la tensione abitativa e favorire l’aumento dell’offerta di abitazioni sul mercato. Potrebbe essere affrontato il tema dell’ICI, verso il quale c’è una sensibilità da parte dei piccoli proprietari, stante che il mercato dell’offerta degli alloggi in locazione è composto in stragrande maggioranza da questa tipologia di persone”. Una tesi ripresa nella relazione del SUNIA che “sollecita la ripresa del tavolo di trattativa per il rinnovo degli accordi territoriali stipulati nel lontano 2004 e l’eventuale estensione dell’azzeramento dell’ICI come deliberato dal Comune di Firenze”.
Allora ci è sorta spontanea la domanda: ma il capogruppo del P.d. parlava per se stesso o per la maggioranza? E dietro questa serie di attacchi c’era soltanto una posizione personale o quella del Sindaco e Giunta? In parole povere: ma chi governa a livello locale ha le idee chiare? Ai posteri l’ardua sentenza.
A niente è valso far notare il limitato impatto economico di un simile provvedimento. Allo stesso modo, non è stato colto il grande valore simbolico del provvedimento medesimo in termini di creazione di un nuovo rapporto con il mondo della piccola proprietà. La conseguenza di questa rinnovata relazione sarebbe oltretutto il reperimento di alloggi ora bloccati da una sorta di sfiducia nel sistema delle “locazioni”, dovuta sia a problematiche fiscali che alle difficoltà derivanti dall’impossibilità di rientrare in possesso in tempi brevi del bene, perfino in presenza di sfratti per morosità.
Siamo rimasti sorpresi ed anche sconcertati, dalle dichiarazioni dell’Assessore alle politiche abitative del Comune di Campi Bisenzio che testualmente ha affermato “si intende avviare un ragionamento in ordine all’utilizzo delle misure fiscali generali per alleviare la tensione abitativa e favorire l’aumento dell’offerta di abitazioni sul mercato. Potrebbe essere affrontato il tema dell’ICI, verso il quale c’è una sensibilità da parte dei piccoli proprietari, stante che il mercato dell’offerta degli alloggi in locazione è composto in stragrande maggioranza da questa tipologia di persone”. Una tesi ripresa nella relazione del SUNIA che “sollecita la ripresa del tavolo di trattativa per il rinnovo degli accordi territoriali stipulati nel lontano 2004 e l’eventuale estensione dell’azzeramento dell’ICI come deliberato dal Comune di Firenze”.
Allora ci è sorta spontanea la domanda: ma il capogruppo del P.d. parlava per se stesso o per la maggioranza? E dietro questa serie di attacchi c’era soltanto una posizione personale o quella del Sindaco e Giunta? In parole povere: ma chi governa a livello locale ha le idee chiare? Ai posteri l’ardua sentenza.
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giovedì 13 maggio 2010
Casa: ma in quale anno siamo?
Anche se quando parliamo di casa siamo ormai abituati da molto tempo a vederne e sentirne di tutti i colori siamo rimasti sconcertati dalla mozione che sarà presentata nel corso del consiglio comunale di Campi Bisenzio con la quale si chiede addirittura il blocco degli sfratti per morosità. Avete letto bene: gli sfratti per morosità.
Servirebbe a poco chiedersi se chi propone la mozione si è reso conto che siamo nel 2010 e che la proprietà da molto tempo, almeno così speravamo che fosse, non è più considerata un “furto”. Allo stesso modo, non servirebbe domandarsi se qualcuno possa pensare ancora alla possibilità di requisire le abitazioni, direttamente od indirettamente, come avveniva in altri tempi ed in altro luogo. L’unica cosa che si potrebbe pensare, legittimamente direi, è che qualcuno ha perso completamente il senso dei tempi e della realtà!
Come si può pensare di espropriare, anche se parzialmente e/o temporaneamente, un bene che appartiene a qualcuno che, facendo sacrifici e rinunce, ha investito i propri risparmi in un appartamento da cedere in locazione? Il fine di questi proprietari, legittimo ed apprezzabile vista la difficoltà di reperire alloggi in affitto, spesso è di integrare una pensione od uno stipendio insufficienti a garantire condizioni. Come si può ancora oggi ritenere che il privato possa essere obbligato a farsi carico del problema di altri cittadini rinunciando ad un canone di locazione percepito legittimamente e sul quale vengono corrisposte tasse ed imposte ben oltre il limite della tollerabilità?
Non sarebbe invece giusto e corretto pensare che nei casi di morosità spesso dovuti alla mancanza di lavoro o alla perdita del reddito precedentemente percepito dovrebbe semplicemente intervenire lo Stato, attraverso gli enti locali più vicini al problema, con aiuti per far fronte all’impegno assunto al momento della stipula del contratto di locazione?
Sarebbe ormai giunto il momento che qualsiasi forza politica – qualsivoglia idea o ideologia rappresenti – cominciasse a pensare in maniera completamente diversa. Con questi metodi non si risolve assolutamente il problema della casa e non si fa altro che incentivare la disaffezione dei proprietari nei confronti della locazione, con la conseguenza che diventa preferibile tenere una casa sfitta piuttosto di dover affrontare l’odissea di uno sfratto soprattutto se per morosità.
Questo modo di pensare, unito all’incapacità della politica di affrontare con iniziative giuste e valide il problema rifugiandosi nell’infinita lista dei decreti di blocco degli sfratti (per fine locazione prima - e se questo è il pensiero insito nella mozione della quale parliamo – si rischia di arrivare al blocco anche per quelli dovuti a morosità) ha provocato l’enorme fenomeno delle case sfitte arrivate ormai alla cifra impressionante di circa 800.000 unità.
E’ proprio difficile pensare che una politica seria e provvedimenti giusti riporterebbero sul mercato questa enorme massa di abitazioni risolvendo definitivamente il problema casa? E non si riesce a pensare niente di meglio che bloccare perfino gli sfratti per morosità? Povera politica come è caduta in basso!
Servirebbe a poco chiedersi se chi propone la mozione si è reso conto che siamo nel 2010 e che la proprietà da molto tempo, almeno così speravamo che fosse, non è più considerata un “furto”. Allo stesso modo, non servirebbe domandarsi se qualcuno possa pensare ancora alla possibilità di requisire le abitazioni, direttamente od indirettamente, come avveniva in altri tempi ed in altro luogo. L’unica cosa che si potrebbe pensare, legittimamente direi, è che qualcuno ha perso completamente il senso dei tempi e della realtà!
Come si può pensare di espropriare, anche se parzialmente e/o temporaneamente, un bene che appartiene a qualcuno che, facendo sacrifici e rinunce, ha investito i propri risparmi in un appartamento da cedere in locazione? Il fine di questi proprietari, legittimo ed apprezzabile vista la difficoltà di reperire alloggi in affitto, spesso è di integrare una pensione od uno stipendio insufficienti a garantire condizioni. Come si può ancora oggi ritenere che il privato possa essere obbligato a farsi carico del problema di altri cittadini rinunciando ad un canone di locazione percepito legittimamente e sul quale vengono corrisposte tasse ed imposte ben oltre il limite della tollerabilità?
Non sarebbe invece giusto e corretto pensare che nei casi di morosità spesso dovuti alla mancanza di lavoro o alla perdita del reddito precedentemente percepito dovrebbe semplicemente intervenire lo Stato, attraverso gli enti locali più vicini al problema, con aiuti per far fronte all’impegno assunto al momento della stipula del contratto di locazione?
Sarebbe ormai giunto il momento che qualsiasi forza politica – qualsivoglia idea o ideologia rappresenti – cominciasse a pensare in maniera completamente diversa. Con questi metodi non si risolve assolutamente il problema della casa e non si fa altro che incentivare la disaffezione dei proprietari nei confronti della locazione, con la conseguenza che diventa preferibile tenere una casa sfitta piuttosto di dover affrontare l’odissea di uno sfratto soprattutto se per morosità.
Questo modo di pensare, unito all’incapacità della politica di affrontare con iniziative giuste e valide il problema rifugiandosi nell’infinita lista dei decreti di blocco degli sfratti (per fine locazione prima - e se questo è il pensiero insito nella mozione della quale parliamo – si rischia di arrivare al blocco anche per quelli dovuti a morosità) ha provocato l’enorme fenomeno delle case sfitte arrivate ormai alla cifra impressionante di circa 800.000 unità.
E’ proprio difficile pensare che una politica seria e provvedimenti giusti riporterebbero sul mercato questa enorme massa di abitazioni risolvendo definitivamente il problema casa? E non si riesce a pensare niente di meglio che bloccare perfino gli sfratti per morosità? Povera politica come è caduta in basso!
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venerdì 7 maggio 2010
A proposito di "federalismo fiscale"!!!
Ci eravamo posti più volte la domanda su come sarebbe stato interpretato il “federalismo fiscale” tanto sbandierato in questi ultimi mesi e sul quale sembra che si debba giocare la vita stessa del Paese, per altro scosso da ben altri problemi ed ancora più preoccupato per le notizie poco rassicuranti che provengono dai nostri vicini greci. Tuttavia, ancora non abbiamo ricevuto notizie precise su finalità e contenuti di un provvedimento al quale vengono attribuite proprietà talmente eccezionali da risolvere per sempre problemi di tutti i tipi e di qualsivoglia natura.
Il Paese è economicamente allo sbando? Ci pensa il federalismo fiscale! Gli enti locali versano in cattive acque per una dissennata politica della spesa? Ci pensa il federalismo fiscale! I cittadini (non parliamo poi dei consumatori) non hanno – salvo rarissime eccezioni - più fiducia nelle loro istituzioni? Niente paura: ancora una volta, ci pensa il federalismo fiscale!
Questa la cornice di un quadro che, ribadiamo, deve essere completamente disegnato, partendo dal presupposto che sarà comunque difficilissimo mettere insieme una gamma armonica di colori in quanto il pennello passa da una mano all’altra senza un senso logico ed un efficace coordinamento del grandissimo numero di soggetti che, necessariamente, dovranno dire la loro.
Nel nostro piccolo a Campi Bisenzio abbiamo avuto la prova, purtroppo, di cosa ci aspetta. E’ accaduto in occasione di un recente consiglio comunale nel corso del quale ad una precisa richiesta di togliere l’ICI (prevista al 4,8 per mille con applicazione delle detrazioni) per le abitazioni a canone concordato al solo fine di favorire il ritorno sul mercato di qualche appartamento da cedere in locazione a chi si trova in difficoltà nella ricerca di una casa, c’è stata una sollevazione di sindaco e giunta che hanno giudicata la proposta una sorta di reato di lesa maestà – meglio sarebbe dire di “lesa tassazione” – e di attentato alle risorse economiche del comune.
A niente è servito spiegare che si sarebbe trattato di un incentivo “simbolico” visto il numero limitato degli appartamenti comunque reperibili (10 o 20 sarebbe già un numero importante per alleviare la penuria di alloggi ma evidentemente insufficiente per risolvere in modo esaustivo il problema) e del tutto insignificante per le risorse dell’amministrazione comunale. La somma in discussione, infatti, sarebbe stata nell’ordine dei 4/5.000 euro annui, recuperabili forse con una semplice riduzione di spese superflue e/o comprimibili senza alcun danno. E neppure è servito far notare che la stessa somma, senza voler economizzare su altre voci, poteva essere recuperata semplicemente con il risparmio dell’importo da erogare per contributi in conto locazione, in quanto (è semplicemente una piccola operazione di matematica elementare) i canoni concordati sono quasi la metà di quelli liberi.
E’ stata la classica dimostrazione pratica di come sarà interpretato il federalismo fiscale da chi ci amministra a livello locale. Inoltre, si è avuta la conferma – cosa che abbiamo sostenuto in molte occasioni – che pur cambiando le regole non si modifica niente se non cambiano la mentalità ed il comportamento dei nostri amministratori.
Il Paese è economicamente allo sbando? Ci pensa il federalismo fiscale! Gli enti locali versano in cattive acque per una dissennata politica della spesa? Ci pensa il federalismo fiscale! I cittadini (non parliamo poi dei consumatori) non hanno – salvo rarissime eccezioni - più fiducia nelle loro istituzioni? Niente paura: ancora una volta, ci pensa il federalismo fiscale!
Questa la cornice di un quadro che, ribadiamo, deve essere completamente disegnato, partendo dal presupposto che sarà comunque difficilissimo mettere insieme una gamma armonica di colori in quanto il pennello passa da una mano all’altra senza un senso logico ed un efficace coordinamento del grandissimo numero di soggetti che, necessariamente, dovranno dire la loro.
Nel nostro piccolo a Campi Bisenzio abbiamo avuto la prova, purtroppo, di cosa ci aspetta. E’ accaduto in occasione di un recente consiglio comunale nel corso del quale ad una precisa richiesta di togliere l’ICI (prevista al 4,8 per mille con applicazione delle detrazioni) per le abitazioni a canone concordato al solo fine di favorire il ritorno sul mercato di qualche appartamento da cedere in locazione a chi si trova in difficoltà nella ricerca di una casa, c’è stata una sollevazione di sindaco e giunta che hanno giudicata la proposta una sorta di reato di lesa maestà – meglio sarebbe dire di “lesa tassazione” – e di attentato alle risorse economiche del comune.
A niente è servito spiegare che si sarebbe trattato di un incentivo “simbolico” visto il numero limitato degli appartamenti comunque reperibili (10 o 20 sarebbe già un numero importante per alleviare la penuria di alloggi ma evidentemente insufficiente per risolvere in modo esaustivo il problema) e del tutto insignificante per le risorse dell’amministrazione comunale. La somma in discussione, infatti, sarebbe stata nell’ordine dei 4/5.000 euro annui, recuperabili forse con una semplice riduzione di spese superflue e/o comprimibili senza alcun danno. E neppure è servito far notare che la stessa somma, senza voler economizzare su altre voci, poteva essere recuperata semplicemente con il risparmio dell’importo da erogare per contributi in conto locazione, in quanto (è semplicemente una piccola operazione di matematica elementare) i canoni concordati sono quasi la metà di quelli liberi.
E’ stata la classica dimostrazione pratica di come sarà interpretato il federalismo fiscale da chi ci amministra a livello locale. Inoltre, si è avuta la conferma – cosa che abbiamo sostenuto in molte occasioni – che pur cambiando le regole non si modifica niente se non cambiano la mentalità ed il comportamento dei nostri amministratori.
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giovedì 29 aprile 2010
PUBLIACQUA: il caso dell’ASCO e l’inadeguatezza della politica
In questi ultimi giorni la stampa locale si è nuovamente occupata del caso ASCO e della richiesta rivolta agli utenti da parte di Publiacqua di provvedere al pagamento delle bollette rimaste inevase per inadempienza della ditta recapitista (la ASCO) che le aveva regolarmente riscosse dai condòmini.
Ed altrettanto puntualmente più di un politico locale – per la verità di opposizione in quanto la maggioranza si è guardata bene dall’esprimere qualsiasi opinione – è intervenuto sulla questione ribadendo l’assurdità della pretesa dell’ente erogatore vista la responsabilità (civile e penale) della ASCO ma guardandosi bene – tutti – dal rimarcare che sotto l’aspetto giuridico la decisione di Publiacqua è assolutamente inattaccabile alla luce del regolamento e del contratto che l’azienda stipula con il condominio e non con la ditta letturista.
Nessuno, assolutamente nessuno, si è preoccupato di fare in modo che la politica prendesse atto, finalmente verrebbe da dire, della necessità di intervenire decisamente – senza se e senza ma – per cambiare definitivamente questo stato di cose che puntualmente si ripresenta quando questi intermediari creano questo tipo di problema.
Non si riesce a capire, e più volte l’abbiamo ribadito nei nostri interventi su queste pagine, perché non sia possibile instaurare un rapporto diretto fra le aziende erogatrici del servizio (Publiacqua nel nostro caso) ed i singoli condomini eliminando quindi la necessità – sarebbe meglio dire l’obbligatorietà – del ricorso ad intermediari che ovviamente portano ad una riduzione della trasparenza e ad un aumento del rischio di perdita di grosse somme per pagamenti effettuati dall’utente ma non riversati a Publiacqua.
Il tutto, naturalmente, senza che le ditte che svolgono questo servizio siano obbligate da un qualche regolamento, statuto, accordo fra le parti o qualsiasi altro documento al rilascio di una garanzia sotto forma di polizza fideiussoria sufficientemente atta a garantire il condòmino/consumatore che si dovesse trovare in queste incresciose situazioni.
Si è preferito cavalcare la notizia per motivi politici ma si è accuratamente evitato (ma fino a che punto il problema è conosciuto da sindaci, assessori e consiglieri vari?) di mettere sul tavolo un sistema che – ci sia permessa la battuta – fa acqua da tutte le parti e richiederebbe da tempo – molto tempo – una revisione totale in linea con la richiesta di trasparenza del servizio pubblico (o parzialmente tale) e, perché no, con l’adozione di nuove tecnologie alle quali demandare l’instaurazione di nuovi rapporti fra cittadino/utente e servizio pubblico.
Perché non si è mai chiesto da parte della politica, noi nel nostro piccolo l’abbiamo fatto, incontri e dibattiti con gli enti locali, le aziende partecipate (in questo caso Publiacqua), le associazioni di categoria e i Difensori civici – figura purtroppo abolita e prossima alla sparizione – finalizzati a studiare nuove soluzioni? Ancora una volta si è preferito rimanere al piccolo orizzonte evitando accuratamente di affrontare alla radice il problema. E' stata scelta la strada più facile ma si rischia di perdere ancora di più la fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini. Complimenti per la lungimiranza!!
Ed altrettanto puntualmente più di un politico locale – per la verità di opposizione in quanto la maggioranza si è guardata bene dall’esprimere qualsiasi opinione – è intervenuto sulla questione ribadendo l’assurdità della pretesa dell’ente erogatore vista la responsabilità (civile e penale) della ASCO ma guardandosi bene – tutti – dal rimarcare che sotto l’aspetto giuridico la decisione di Publiacqua è assolutamente inattaccabile alla luce del regolamento e del contratto che l’azienda stipula con il condominio e non con la ditta letturista.
Nessuno, assolutamente nessuno, si è preoccupato di fare in modo che la politica prendesse atto, finalmente verrebbe da dire, della necessità di intervenire decisamente – senza se e senza ma – per cambiare definitivamente questo stato di cose che puntualmente si ripresenta quando questi intermediari creano questo tipo di problema.
Non si riesce a capire, e più volte l’abbiamo ribadito nei nostri interventi su queste pagine, perché non sia possibile instaurare un rapporto diretto fra le aziende erogatrici del servizio (Publiacqua nel nostro caso) ed i singoli condomini eliminando quindi la necessità – sarebbe meglio dire l’obbligatorietà – del ricorso ad intermediari che ovviamente portano ad una riduzione della trasparenza e ad un aumento del rischio di perdita di grosse somme per pagamenti effettuati dall’utente ma non riversati a Publiacqua.
Il tutto, naturalmente, senza che le ditte che svolgono questo servizio siano obbligate da un qualche regolamento, statuto, accordo fra le parti o qualsiasi altro documento al rilascio di una garanzia sotto forma di polizza fideiussoria sufficientemente atta a garantire il condòmino/consumatore che si dovesse trovare in queste incresciose situazioni.
Si è preferito cavalcare la notizia per motivi politici ma si è accuratamente evitato (ma fino a che punto il problema è conosciuto da sindaci, assessori e consiglieri vari?) di mettere sul tavolo un sistema che – ci sia permessa la battuta – fa acqua da tutte le parti e richiederebbe da tempo – molto tempo – una revisione totale in linea con la richiesta di trasparenza del servizio pubblico (o parzialmente tale) e, perché no, con l’adozione di nuove tecnologie alle quali demandare l’instaurazione di nuovi rapporti fra cittadino/utente e servizio pubblico.
Perché non si è mai chiesto da parte della politica, noi nel nostro piccolo l’abbiamo fatto, incontri e dibattiti con gli enti locali, le aziende partecipate (in questo caso Publiacqua), le associazioni di categoria e i Difensori civici – figura purtroppo abolita e prossima alla sparizione – finalizzati a studiare nuove soluzioni? Ancora una volta si è preferito rimanere al piccolo orizzonte evitando accuratamente di affrontare alla radice il problema. E' stata scelta la strada più facile ma si rischia di perdere ancora di più la fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini. Complimenti per la lungimiranza!!
martedì 2 marzo 2010
«Attenti agli onorari troppo bassi»
Antonio Esposito (Confedilizia) su Metropoli aveva denunciato il “rischio mazzetta”. «Chi chiede poco, arrotonda in altri modi»
FRANCESCO PINI
Ammette che il fenomeno esiste. Anzi, lo aveva già ammesso nel suo intervento su Metropoli di venerdì scorso. Antonio Esposito, delegato di Confedilizia di Campi Bisenzio e Signa, scriveva che c’è «un aspetto che a prima vista potrebbe essere considerato secondario ed invece sta diventando sempre più una forma di malcostume e di comportamento eticamente scorretto nei confronti dei condomini ed ancora di più verso quegli amministratori che hanno ritenuto – con comportamenti corretti – di valorizzare la professione rifiutando la logica delle “mazzette” sui lavori e/o servizi».
Dunque Confedilizia ammette che il fenomeno esiste: ma che possono fare i condomini per tutelarsi? Chiedere copia della fattura?
«Se si conteggia un servizio chiaramente inesistente la copia della fattura può servire, ma se c’è solo un preventivo maggiorato di una percentuale del 10%, è difficile che i condomini vadano a controllare e che comunque riescano a dimostrare qualcosa».
Lei però ha scritto che proprio i condomini dovrebbero essere i primi a darsi una svegliata: in che senso, se è così difficile scoprire i raggiri?
«Ci vuole un’attenzione preliminare: con la crisi di oggi c’è una corsa a cercare l’amministratore con l’onorario più basso. E’ ovvio che i cittadini fanno bene a scegliere il servizio più economico, ma quando ci sono ribassi eccessivi devono stare in guardia: chi chiede troppo poco, spesso arrotonda con metodi scorretti. La conseguenza è doppia: da una parte il costo del servizio per il condominio è maggiore di quanto appare, dall’altra c’è un danno per l’erario perché si incassa 8mila e si dichiara mille, perché gli altri 7mila entrano in modo illecito».
Quindi che devono fare i condomini?
«Non devono gettarsi a capofitto sull’offerta più bassa, devono premiare la correttezza, isolare quella forma di “corruzione” che alla fine è un danno per tutti».
E chi altri deve agire per contrastare il fenomeno?
«Servono più controlli fiscali, soprattutto quando è lampante che gli onorari degli amministratori di condominio sono troppo bassi per giustificare i costi di uno studio professionale, oppure quando risulta che un professionista ha un reddito più basso del suo dipendente. In questi casi è altamente probabile che ci siano degli “arrotondamenti” non leciti».
Il ruolo degli artigiani?
«Anche loro hanno delle responsabilità, dovrebbero rifiutarsi di lavorare per chi pretende dei compensi “extra”».
Gli amministratori di condominio che operano in provincia di Firenze oggi sono qualche centinaio: circa trecento sono quelli iscritti alle associazioni di categoria, più altri non iscritti e una schiera difficilmente quantificabile di professionisti che svolgono anche questa occupazione come secondo lavoro, nei “ritagli” di tempo.
da Metropoli Campi Bisenzio-Signa
FRANCESCO PINI
Ammette che il fenomeno esiste. Anzi, lo aveva già ammesso nel suo intervento su Metropoli di venerdì scorso. Antonio Esposito, delegato di Confedilizia di Campi Bisenzio e Signa, scriveva che c’è «un aspetto che a prima vista potrebbe essere considerato secondario ed invece sta diventando sempre più una forma di malcostume e di comportamento eticamente scorretto nei confronti dei condomini ed ancora di più verso quegli amministratori che hanno ritenuto – con comportamenti corretti – di valorizzare la professione rifiutando la logica delle “mazzette” sui lavori e/o servizi».
Dunque Confedilizia ammette che il fenomeno esiste: ma che possono fare i condomini per tutelarsi? Chiedere copia della fattura?
«Se si conteggia un servizio chiaramente inesistente la copia della fattura può servire, ma se c’è solo un preventivo maggiorato di una percentuale del 10%, è difficile che i condomini vadano a controllare e che comunque riescano a dimostrare qualcosa».
Lei però ha scritto che proprio i condomini dovrebbero essere i primi a darsi una svegliata: in che senso, se è così difficile scoprire i raggiri?
«Ci vuole un’attenzione preliminare: con la crisi di oggi c’è una corsa a cercare l’amministratore con l’onorario più basso. E’ ovvio che i cittadini fanno bene a scegliere il servizio più economico, ma quando ci sono ribassi eccessivi devono stare in guardia: chi chiede troppo poco, spesso arrotonda con metodi scorretti. La conseguenza è doppia: da una parte il costo del servizio per il condominio è maggiore di quanto appare, dall’altra c’è un danno per l’erario perché si incassa 8mila e si dichiara mille, perché gli altri 7mila entrano in modo illecito».
Quindi che devono fare i condomini?
«Non devono gettarsi a capofitto sull’offerta più bassa, devono premiare la correttezza, isolare quella forma di “corruzione” che alla fine è un danno per tutti».
E chi altri deve agire per contrastare il fenomeno?
«Servono più controlli fiscali, soprattutto quando è lampante che gli onorari degli amministratori di condominio sono troppo bassi per giustificare i costi di uno studio professionale, oppure quando risulta che un professionista ha un reddito più basso del suo dipendente. In questi casi è altamente probabile che ci siano degli “arrotondamenti” non leciti».
Il ruolo degli artigiani?
«Anche loro hanno delle responsabilità, dovrebbero rifiutarsi di lavorare per chi pretende dei compensi “extra”».
Gli amministratori di condominio che operano in provincia di Firenze oggi sono qualche centinaio: circa trecento sono quelli iscritti alle associazioni di categoria, più altri non iscritti e una schiera difficilmente quantificabile di professionisti che svolgono anche questa occupazione come secondo lavoro, nei “ritagli” di tempo.
da Metropoli Campi Bisenzio-Signa
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venerdì 17 luglio 2009
Provincia di Firenze: un provvedimento importante!
Non sempre siamo stati teneri con gli enti locali, né abbiamo fatto sconti per la Provincia di Firenze, intervenendo in modo critico quando i provvedimenti o le decisioni assunte erano contrastanti, a nostro parere, con gli interessi degli iscritti a Confedilizia, in particolare e con quelli dei proprietari di case in generale.
Questa volta, a dimostrazione della correttezza e coerenza dell’operato dell’Associazione, dobbiamo rivolgere un plauso ed un riconoscimento proprio all'Ente provinciale, che, sicuramente fra le poche in Italia se non l'unica, si appresta ad erogare dei contributi a fondo perduto per gli interventi di contabilizzazione del calore negli edifici in condominio dotati di impianto termico centralizzato. Finalmente un'Istituzione che ha compreso l’importanza di questo tipo di soluzione tecnica che, praticamente, consente di realizzare una sorta di impianto autonomo evitando gli sprechi tipici degli immobili in condominio il cui riscaldamento centralizzato funziona a “ruota libera” e cioè senza alcuna possibilità di limitazione delle temperature nei vari ambienti delle singole unità immobiliari. Per questo motivo, oltre alla mancanza di un vero e proprio bilanciamento delle superfici radianti nei singoli appartamenti, assistiamo spesso nella stagione invernale al fenomeno ingiustificabile di finestre aperte e, logicamente, impianti in funzione con sprechi enormi di risorse economiche che, peraltro, vanno a carico dell’intera comunità condominiale.
Si è capito da parte della Provincia che questo semplice e relativamente poco costoso sistema avrebbe consentito di eliminare questi inconvenienti, portando ad un generale abbassamento dei consumi e ad una riduzione delle emissioni nell’atmosfera, oltre a contribuire a migliorare le condizioni ambientali. Un aiuto economico ed un incentivo tesi a favorire – verrebbe da dire finalmente – la riduzione degli sprechi- e del malcostume, aggiungiamo noi- nella gestione degli impianti di riscaldamento centralizzati con risultati che in alcune realtà già realizzate sono andati oltre le più rosee previsioni arrivando ad una riduzione dei consumi di oltre il 23%.
Spiace dover rilevare che analoga sensibilità non sia stata dimostrata dal Governo, il quale ha riconosciuto per questa tipologia di intervento gli incentivi fiscali con la detrazione del 55% della spesa sostenuta (anziché del 36% vigenti per le ristrutturazioni) finalizzati al contenimento energetico solo nel caso possa essere dimostrato almeno un valore percentuale minimo conseguente alla realizzazione. Evidentemente, ciò richiederebbe ulteriori spese tecniche che di fatto rendono nullo o lo limitano considerevolmente l’ulteriore beneficio dell’aliquota superiore di detrazione.
Eppure sembra facilmente comprensibile, anche ad un profano della materia, che a fronte di una spesa contenuta (nell’ordine di circa 900 euro per un appartamento con sei radiatori) per la realizzazione della contabilizzazione del calore si ottiene un risultato apprezzabile e significativo sia in termini della riduzione dei consumi che della tutela ambientale. Per questo rivolgiamo un sincero apprezzamento per l’iniziativa della Provincia di Firenze che, ci auguriamo, sia riproposta anche per gli anni successivi.
Questa volta, a dimostrazione della correttezza e coerenza dell’operato dell’Associazione, dobbiamo rivolgere un plauso ed un riconoscimento proprio all'Ente provinciale, che, sicuramente fra le poche in Italia se non l'unica, si appresta ad erogare dei contributi a fondo perduto per gli interventi di contabilizzazione del calore negli edifici in condominio dotati di impianto termico centralizzato. Finalmente un'Istituzione che ha compreso l’importanza di questo tipo di soluzione tecnica che, praticamente, consente di realizzare una sorta di impianto autonomo evitando gli sprechi tipici degli immobili in condominio il cui riscaldamento centralizzato funziona a “ruota libera” e cioè senza alcuna possibilità di limitazione delle temperature nei vari ambienti delle singole unità immobiliari. Per questo motivo, oltre alla mancanza di un vero e proprio bilanciamento delle superfici radianti nei singoli appartamenti, assistiamo spesso nella stagione invernale al fenomeno ingiustificabile di finestre aperte e, logicamente, impianti in funzione con sprechi enormi di risorse economiche che, peraltro, vanno a carico dell’intera comunità condominiale.
Si è capito da parte della Provincia che questo semplice e relativamente poco costoso sistema avrebbe consentito di eliminare questi inconvenienti, portando ad un generale abbassamento dei consumi e ad una riduzione delle emissioni nell’atmosfera, oltre a contribuire a migliorare le condizioni ambientali. Un aiuto economico ed un incentivo tesi a favorire – verrebbe da dire finalmente – la riduzione degli sprechi- e del malcostume, aggiungiamo noi- nella gestione degli impianti di riscaldamento centralizzati con risultati che in alcune realtà già realizzate sono andati oltre le più rosee previsioni arrivando ad una riduzione dei consumi di oltre il 23%.
Spiace dover rilevare che analoga sensibilità non sia stata dimostrata dal Governo, il quale ha riconosciuto per questa tipologia di intervento gli incentivi fiscali con la detrazione del 55% della spesa sostenuta (anziché del 36% vigenti per le ristrutturazioni) finalizzati al contenimento energetico solo nel caso possa essere dimostrato almeno un valore percentuale minimo conseguente alla realizzazione. Evidentemente, ciò richiederebbe ulteriori spese tecniche che di fatto rendono nullo o lo limitano considerevolmente l’ulteriore beneficio dell’aliquota superiore di detrazione.
Eppure sembra facilmente comprensibile, anche ad un profano della materia, che a fronte di una spesa contenuta (nell’ordine di circa 900 euro per un appartamento con sei radiatori) per la realizzazione della contabilizzazione del calore si ottiene un risultato apprezzabile e significativo sia in termini della riduzione dei consumi che della tutela ambientale. Per questo rivolgiamo un sincero apprezzamento per l’iniziativa della Provincia di Firenze che, ci auguriamo, sia riproposta anche per gli anni successivi.
venerdì 10 luglio 2009
Quando la correttezza è quella che conviene
Nel corso del giornale dell’emittente locale Lady Radio del 7 Luglio 2009 il neo-sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha rimarcato – giustamente dobbiamo dire – che per combattere il fenomeno dei venditori abusivi stranieri (extra comunitari e non) bisognerebbe cominciare a colpire non solo chi produce oggetti contraffatti, ma anche coloro - italiani soprattutto - che affittano a prezzi esorbitanti gli appartamenti “a nero” a queste persone, speculando sulla loro necessità di ottenere un alloggio che non di rado viene condiviso da un numero spropositato di inquilini.
Se è vero che questa affermazione risponde alla realtà – e Confedilizia ha sempre combattuto tale fenomeno, assolutamente ingiustificabile – il Sindaco dovrebbe ricordare che la nostra Associazione (che rappresenta la piccola proprietà diffusa e non le grosse immobiliari) ha aderito e sottoscritto, insieme alle organizzazioni degli inquilini ed all’Amministrazione comunale, un protocollo d’intesa che prevede il rimborso dell’I.C.I. (imposta comunale sugli immobili) ai proprietari che cederanno in locazione un appartamento, alle condizioni previste dall’articolo 2 della legge 431/98, senza incrementare il canone rispetto al precedente accordo del 2004.
Lo dovrebbe ricordare perché ormai da troppi anni i piccoli proprietari sono stati costretti, termine assolutamente giusto e pertinente, a farsi carico del problema della casa per tutti quei cittadini che non hanno potuto (ed anche voluto) acquistarne una per motivi soprattutto economici e che, ancora di più oggi, sono esclusi dalla possibilità di accedere al mercato immobiliare privato. Chi aveva investito i propri risparmi per ottenere un reddito integrativo del salario e/o pensione si è visto vanificare tutti i sacrifici fatti e le rinunce sopportate. Ciò è avvenuto prima con il provvedimento - iniquo ed inaccettabile - dell’equo canone, poi con i canoni agevolati ed infine con gli assurdi tempi degli sfratti per morosità. Questi ultimi, peraltro, continuamente bloccati da provvedimenti governativi, che rendono la proprietà priva di reddito - ma tassata comunque e salatamente. Al contrario, coloro che avevano preferito investire il proprio denaro in titoli di stato hanno avuto una sorte decisamente migliore.
Eppure, sarebbe bene ricordare che in entrambi i casi ci troviamo di fronte a dei cittadini che in qualche modo hanno aiutato il nostro Paese; l’uno (titoli di stato) a sostenere le spese per investimenti e per aiutare il bilancio dello stato, gli altri (i proprietari di immobili) a risolvere il problema abitativo per coloro ai quali lo stato stesso non è mai stato in grado di dare un aiuto concreto ed esaustivo.
Ed allora, a nostro modesto parere, il Sindaco Renzi dovrebbe sì sottolineare la piaga degli affitti “a nero”, ma dovrebbe tenere presente il dovere di riconoscere la preziosa collaborazione di chi ha messo a disposizione un proprio bene per aiutare il Comune di Firenze a limitare il problema della carenza di alloggi pubblici intervenendo per eliminare l’assurdità di far pagare l’I.C.I. a questi proprietari, restituendola poi a tempo e comodo. Sarebbe un bel modo per iniziare il proprio mandato!
Se è vero che questa affermazione risponde alla realtà – e Confedilizia ha sempre combattuto tale fenomeno, assolutamente ingiustificabile – il Sindaco dovrebbe ricordare che la nostra Associazione (che rappresenta la piccola proprietà diffusa e non le grosse immobiliari) ha aderito e sottoscritto, insieme alle organizzazioni degli inquilini ed all’Amministrazione comunale, un protocollo d’intesa che prevede il rimborso dell’I.C.I. (imposta comunale sugli immobili) ai proprietari che cederanno in locazione un appartamento, alle condizioni previste dall’articolo 2 della legge 431/98, senza incrementare il canone rispetto al precedente accordo del 2004.
Lo dovrebbe ricordare perché ormai da troppi anni i piccoli proprietari sono stati costretti, termine assolutamente giusto e pertinente, a farsi carico del problema della casa per tutti quei cittadini che non hanno potuto (ed anche voluto) acquistarne una per motivi soprattutto economici e che, ancora di più oggi, sono esclusi dalla possibilità di accedere al mercato immobiliare privato. Chi aveva investito i propri risparmi per ottenere un reddito integrativo del salario e/o pensione si è visto vanificare tutti i sacrifici fatti e le rinunce sopportate. Ciò è avvenuto prima con il provvedimento - iniquo ed inaccettabile - dell’equo canone, poi con i canoni agevolati ed infine con gli assurdi tempi degli sfratti per morosità. Questi ultimi, peraltro, continuamente bloccati da provvedimenti governativi, che rendono la proprietà priva di reddito - ma tassata comunque e salatamente. Al contrario, coloro che avevano preferito investire il proprio denaro in titoli di stato hanno avuto una sorte decisamente migliore.
Eppure, sarebbe bene ricordare che in entrambi i casi ci troviamo di fronte a dei cittadini che in qualche modo hanno aiutato il nostro Paese; l’uno (titoli di stato) a sostenere le spese per investimenti e per aiutare il bilancio dello stato, gli altri (i proprietari di immobili) a risolvere il problema abitativo per coloro ai quali lo stato stesso non è mai stato in grado di dare un aiuto concreto ed esaustivo.
Ed allora, a nostro modesto parere, il Sindaco Renzi dovrebbe sì sottolineare la piaga degli affitti “a nero”, ma dovrebbe tenere presente il dovere di riconoscere la preziosa collaborazione di chi ha messo a disposizione un proprio bene per aiutare il Comune di Firenze a limitare il problema della carenza di alloggi pubblici intervenendo per eliminare l’assurdità di far pagare l’I.C.I. a questi proprietari, restituendola poi a tempo e comodo. Sarebbe un bel modo per iniziare il proprio mandato!
venerdì 3 luglio 2009
Affitti irregolari: quali soluzioni?
Particolare scalpore ha sollevato la notizia riportata da quasi tutti i quotidiani – ripresa anche da alcune emittenti radiofoniche locali – che la Guardia di Finanza, al termine di una serie di controlli che hanno riguardato cinquanta posizioni, ha accertato che la metà dei contratti di locazione è “a nero” con un’evasione fiscale di quasi 300.000 euro nel corso dei primi sei mesi dell’anno corrente. Si tratta, come specificano i giornali, di una serie di accertamenti compiuti nella città di Firenze e in alcuni dei principali comuni della provincia (fra gli altri Campi Bisenzio, Scandicci, Empoli) incrociando i dati contenuti in alcune banche dati, sulla base delle risposte fornite ad un questionario inviato a molti studenti dell’università di Firenze ed, ovviamente, anche in virtù di segnalazioni ed esposti pervenuti alla Guardi di Finanza e la Polizia Municipale di Firenze.
Questa in termini essenziali la notizia che certamente colpisce ma non sorprende in quanto più volte anche noi siamo intervenuti sull’argomento rimarcando la nostra contrarietà ad un deprecabile metodo, peraltro diffuso come l’evasione in molti altri settori ed attività, che non solo inquina il mercato ma rende impossibile giungere, sarebbe da dire finalmente, ad un diverso sistema fiscale sui redditi da locazione basato sulla più volte promessa - anche dall’attuale primo ministro in campagna elettorale - e mai attuata cedolare secca sulle locazioni. Pur non essendo assolutamente ingiustificabile l’evasione, che come detto danneggia tutti i cittadini corretti ed onesti impedendo la rimodulazione delle aliquote in base alle entrate tributarie effettive, è evidente come l’attuale livello di imposte che gravano sulla casa in generale (mitigato solo in parte minimale dall’abolizione dell’ICI sull’abitazione principale) e sulle locazioni in particolare sia arrivato ad un punto tale di onerosità da incentivare questo censurabile comportamento. Abbiamo già fatto notare nelle scorse settimane come uno studio compiuto dalla Confedilizia dimostri che la soluzione proposta, ripetiamo accolta da tutte le forze politiche, maggioranza ed opposizione, non provochi quegli stravolgimenti paventati dal governo nelle entrate fiscali in quanto la regolarizzazione di molti dei contratti esistenti, conseguente alla cedolare secca sui redditi da locazione, coprirebbe gran parte del mancato introito per la riduzione dell’aliquota imposta (legata ora alla progressività del reddito del proprietario dell’immobile) e consentirebbe il ritorno sul mercato di numerose abitazioni sfitte che tali sono anche – ma non solo - per ragioni fiscali. Questo risultato provocherebbe la contemporanea riduzione di altre spese che lo stato sostiene (attraverso gli enti locali) per dare un alloggio a chi non lo ha o per aiutare, con contributi di vario genere, coloro che non riescono a far fronte al canone di locazione.
Più volte abbiamo chiesto al governo di attuare questo provvedimento almeno per i contratti di locazione abitativa agevolata accettando i quali i proprietari (e la nostra associazione che li rappresenta in occasione delle periodiche trattative) dimostrano la massima disponibilità ed apertura ricevendo in cambio poca collaborazione da qualche comune che, vedi il caso di Firenze, pretende il pagamento dell’ICI riservandosi di restituirlo, ovviamente a tempo e comodo, al locatore. Se questo è il sistema di incentivare le locazioni e di porre fine alla piaga del nero non è certo un buon inizio!
Questa in termini essenziali la notizia che certamente colpisce ma non sorprende in quanto più volte anche noi siamo intervenuti sull’argomento rimarcando la nostra contrarietà ad un deprecabile metodo, peraltro diffuso come l’evasione in molti altri settori ed attività, che non solo inquina il mercato ma rende impossibile giungere, sarebbe da dire finalmente, ad un diverso sistema fiscale sui redditi da locazione basato sulla più volte promessa - anche dall’attuale primo ministro in campagna elettorale - e mai attuata cedolare secca sulle locazioni. Pur non essendo assolutamente ingiustificabile l’evasione, che come detto danneggia tutti i cittadini corretti ed onesti impedendo la rimodulazione delle aliquote in base alle entrate tributarie effettive, è evidente come l’attuale livello di imposte che gravano sulla casa in generale (mitigato solo in parte minimale dall’abolizione dell’ICI sull’abitazione principale) e sulle locazioni in particolare sia arrivato ad un punto tale di onerosità da incentivare questo censurabile comportamento. Abbiamo già fatto notare nelle scorse settimane come uno studio compiuto dalla Confedilizia dimostri che la soluzione proposta, ripetiamo accolta da tutte le forze politiche, maggioranza ed opposizione, non provochi quegli stravolgimenti paventati dal governo nelle entrate fiscali in quanto la regolarizzazione di molti dei contratti esistenti, conseguente alla cedolare secca sui redditi da locazione, coprirebbe gran parte del mancato introito per la riduzione dell’aliquota imposta (legata ora alla progressività del reddito del proprietario dell’immobile) e consentirebbe il ritorno sul mercato di numerose abitazioni sfitte che tali sono anche – ma non solo - per ragioni fiscali. Questo risultato provocherebbe la contemporanea riduzione di altre spese che lo stato sostiene (attraverso gli enti locali) per dare un alloggio a chi non lo ha o per aiutare, con contributi di vario genere, coloro che non riescono a far fronte al canone di locazione.
Più volte abbiamo chiesto al governo di attuare questo provvedimento almeno per i contratti di locazione abitativa agevolata accettando i quali i proprietari (e la nostra associazione che li rappresenta in occasione delle periodiche trattative) dimostrano la massima disponibilità ed apertura ricevendo in cambio poca collaborazione da qualche comune che, vedi il caso di Firenze, pretende il pagamento dell’ICI riservandosi di restituirlo, ovviamente a tempo e comodo, al locatore. Se questo è il sistema di incentivare le locazioni e di porre fine alla piaga del nero non è certo un buon inizio!
venerdì 26 giugno 2009
Pellet radioattivo e fonti energetiche alternative
La notizia, apparsa su tutti i quotidiani nazionali e locali, è di quelle che gettano inquietudine e creano preoccupazione in quanto viene a toccare un settore che sembrava aver trovato un’alternativa, oltre a quella delle fonti energetiche rinnovabili (sole, vento, acqua, etc.), per mettere fine - od almeno diminuire - non solo la dipendenza dai sistemi tradizionali (gasolio, metano e comunque tutti i derivati dal petrolio) ma di instaurare percorsi virtuosi per l’abbattimento dell’inquinamento e contenere la spesa che grava in modo consistente sulle già scarse risorse delle famiglie italiane.
Si tratta della scoperta (a seguito di un filone di indagine partito dalla Procura della Repubblica di Aosta), in Toscana ed in particolare nella provincia di Firenze, della presenza in commercio di partite di “pellet” radioattivo – per la presenza di “cesio 137” – importate dalla Lituania dove si è fatto sentire l’effetto del disastro della centrale nucleare di Chernobyl che, evidentemente ed ovviamente, ha colpito anche boschi e foreste.
Per far capire meglio la questione ai nostri lettori è opportuno spiegare che il “pellet” è un combustibile ricavato dalla segatura essiccata e poi compressa in forma di piccoli cilindri con diametro di pochi millimetri. La capacità legante della lignina – esistente nella legna – consente l’ottenimento di un materiale compatto senza aggiungere sostanze chimiche particolari o dei semplici additivi. Risultato, un combustibile naturale ad alta resa che, grazie alla pressatura, offre un potere calorifico doppio rispetto al legno (anche se incide la percentuale di legni duri usati in origine). Il pellet è usato in stufe e caldaie di ultima generazione, in sostituzione dei tradizionali ceppi di legno. Ciò apporta una serie di miglioramenti sotto il profilo ecologico, energetico e gestionale degli impianti di riscaldamento.
E’ facilmente comprensibile come la scoperta di “cesio 137” in questo materiale desti la massima preoccupazione, non solo per il legame con la triste vicenda di Chernobyl, ma per il semplice fatto che gli effetti maggiori e più pericolosi per la salute sono legati allo smaltimento delle ceneri e ai fumi, per cui si viene a mettere in discussione una delle fonti energetiche più innovative (anche se di fatto si tratta di tornare ai vecchi e tradizionali sistemi di una volta) che tanta speranza ed entusiasmo aveva destato nei cittadini e negli operatori del settore immobiliare.
C’è da augurarsi che la vicenda sia limitata ad una sola azienda ed all’importazione del prodotto da una zona colpita da un disastro nucleare immane e mai dimenticato. Se così non fosse ,verrebbe a cadere una delle possibilità di contribuire al miglioramento ambientale ed alla riduzione delle spese; si affievolirebbe l’attenzione e l’interesse dei cittadini/consumatori nei confronti di un metodo usato da millenni, ma sicuramente innovativo per le metodologie delle apparecchiature e per l’ottimizzazione del combustibile. E’ troppo chiedere di lasciarci almeno delle speranze?
Si tratta della scoperta (a seguito di un filone di indagine partito dalla Procura della Repubblica di Aosta), in Toscana ed in particolare nella provincia di Firenze, della presenza in commercio di partite di “pellet” radioattivo – per la presenza di “cesio 137” – importate dalla Lituania dove si è fatto sentire l’effetto del disastro della centrale nucleare di Chernobyl che, evidentemente ed ovviamente, ha colpito anche boschi e foreste.
Per far capire meglio la questione ai nostri lettori è opportuno spiegare che il “pellet” è un combustibile ricavato dalla segatura essiccata e poi compressa in forma di piccoli cilindri con diametro di pochi millimetri. La capacità legante della lignina – esistente nella legna – consente l’ottenimento di un materiale compatto senza aggiungere sostanze chimiche particolari o dei semplici additivi. Risultato, un combustibile naturale ad alta resa che, grazie alla pressatura, offre un potere calorifico doppio rispetto al legno (anche se incide la percentuale di legni duri usati in origine). Il pellet è usato in stufe e caldaie di ultima generazione, in sostituzione dei tradizionali ceppi di legno. Ciò apporta una serie di miglioramenti sotto il profilo ecologico, energetico e gestionale degli impianti di riscaldamento.
E’ facilmente comprensibile come la scoperta di “cesio 137” in questo materiale desti la massima preoccupazione, non solo per il legame con la triste vicenda di Chernobyl, ma per il semplice fatto che gli effetti maggiori e più pericolosi per la salute sono legati allo smaltimento delle ceneri e ai fumi, per cui si viene a mettere in discussione una delle fonti energetiche più innovative (anche se di fatto si tratta di tornare ai vecchi e tradizionali sistemi di una volta) che tanta speranza ed entusiasmo aveva destato nei cittadini e negli operatori del settore immobiliare.
C’è da augurarsi che la vicenda sia limitata ad una sola azienda ed all’importazione del prodotto da una zona colpita da un disastro nucleare immane e mai dimenticato. Se così non fosse ,verrebbe a cadere una delle possibilità di contribuire al miglioramento ambientale ed alla riduzione delle spese; si affievolirebbe l’attenzione e l’interesse dei cittadini/consumatori nei confronti di un metodo usato da millenni, ma sicuramente innovativo per le metodologie delle apparecchiature e per l’ottimizzazione del combustibile. E’ troppo chiedere di lasciarci almeno delle speranze?
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venerdì 19 giugno 2009
Prezzo del gas: scende o non scende?
Una volta si diceva che il mestiere più difficile fosse quello dei genitori, ma c’è da giurare che quello del “consumatore” non è certamente da meno. Per avere una conferma a questa nostra affermazione basta aver seguito su tutti gli organi di informazione la polemica sorta fra Nomisma Energia e l’Autority per l’energia. Queste danno un’interpretazione diametralmente opposta all’eventualità che la riduzione del prezzo del greggio si rifletta sulla diminuzione delle bollette del gas e dell’energia elettrica rispettivamente per un 9,5% - per le prime – e del 2,1% - per le seconde – a partire dal prossimo trimestre luglio-settembre. Addirittura, in relazione ad alcune stime, si era quantificato un risparmio medio per famiglia di circa 97 euro per il gas e di 9,5 euro per l’energia elettrica.
Tuttavia, con buona pace delle associazioni dei consumatori, l’Authority, ha dichiarato: “le previsioni che di tanto in tanto istituti specializzati comunicano in merito alle bollette di elettricità e gas non rappresentano altrettante frequenti variazioni della spesa familiare. Tali previsioni, spesso imprecise per difetto o per eccesso e difformi fra loro, possono turbare i mercati e comunque disorientare gli stessi consumatori, indotti a pensare che i prezzi di riferimento varino disordinatamente nel tempo e più frequentemente rispetto alle scadenze trimestrali”.
Di fronte a queste sconcertanti dichiarazioni viene naturale chiedersi come sia possibile che la stessa Autorità non ravvisi l’enorme ed ingiustificabile stortura che sovrintende al mercato dell’energia (gas e luce elettrica ma non solo perché la questione riguarda anche i carburanti) ed alle società di riferimento – comprese quelle pubbliche e/o a partecipazione pubblica – sempre pronte, e con un’immediatezza da fare invidia a chiunque, a recepire le variazioni in più del mercato del petrolio ed estremamente disattente od elusive quando avviene il contrario.
Le famiglie hanno subito un salasso di proporzioni enormi quando il barile ha raggiunto livelli impensabili (oltre 150 dollari per barile), con riflessi notevolissimi sul costo del gas metano e dell’energia elettrica. D'altra parte, ben poco chiaro hanno visto quando la tendenza è stata opposta e si è giunti ad un costo molto basso addirittura a livelli record per negatività. Eppure, come al solito, la risposta a questo tipo di problema sarebbe semplicissima (forse troppo?) in quanto basterebbe obbligare le società interessate a mettere sul mercato, al prezzo di riferimento dell’acquisto, lo stesso quantitativo di prodotto prelevato. Cioè, molto semplicemente, se ho acquistato a 50 dollari al barile una quantità ben definita dovrei essere obbligato a rivenderla con lo stesso valore di riferimento. Una volta tanto, i consumatori (noi stessi quindi) sarebbero tutelati e protetti da una speculazione alla quale nessuno ha il coraggio di porre fine, continuando a perpetrare un sistema nel quale l’anello debole (il cittadino) è sempre danneggiato.
Ci permettiamo di porre ai nostri lettori ed a noi stessi una domanda: ma per far questo c’era bisogno di creare un’Authority? O potevamo almeno risparmiare i costi di un altro ente che, evidentemente, non serve ad eliminare un sistema discutibilissimo (se vogliamo usare un termine molto soft) e sicuramente sbilanciato a favore dei soliti?
Tuttavia, con buona pace delle associazioni dei consumatori, l’Authority, ha dichiarato: “le previsioni che di tanto in tanto istituti specializzati comunicano in merito alle bollette di elettricità e gas non rappresentano altrettante frequenti variazioni della spesa familiare. Tali previsioni, spesso imprecise per difetto o per eccesso e difformi fra loro, possono turbare i mercati e comunque disorientare gli stessi consumatori, indotti a pensare che i prezzi di riferimento varino disordinatamente nel tempo e più frequentemente rispetto alle scadenze trimestrali”.
Di fronte a queste sconcertanti dichiarazioni viene naturale chiedersi come sia possibile che la stessa Autorità non ravvisi l’enorme ed ingiustificabile stortura che sovrintende al mercato dell’energia (gas e luce elettrica ma non solo perché la questione riguarda anche i carburanti) ed alle società di riferimento – comprese quelle pubbliche e/o a partecipazione pubblica – sempre pronte, e con un’immediatezza da fare invidia a chiunque, a recepire le variazioni in più del mercato del petrolio ed estremamente disattente od elusive quando avviene il contrario.
Le famiglie hanno subito un salasso di proporzioni enormi quando il barile ha raggiunto livelli impensabili (oltre 150 dollari per barile), con riflessi notevolissimi sul costo del gas metano e dell’energia elettrica. D'altra parte, ben poco chiaro hanno visto quando la tendenza è stata opposta e si è giunti ad un costo molto basso addirittura a livelli record per negatività. Eppure, come al solito, la risposta a questo tipo di problema sarebbe semplicissima (forse troppo?) in quanto basterebbe obbligare le società interessate a mettere sul mercato, al prezzo di riferimento dell’acquisto, lo stesso quantitativo di prodotto prelevato. Cioè, molto semplicemente, se ho acquistato a 50 dollari al barile una quantità ben definita dovrei essere obbligato a rivenderla con lo stesso valore di riferimento. Una volta tanto, i consumatori (noi stessi quindi) sarebbero tutelati e protetti da una speculazione alla quale nessuno ha il coraggio di porre fine, continuando a perpetrare un sistema nel quale l’anello debole (il cittadino) è sempre danneggiato.
Ci permettiamo di porre ai nostri lettori ed a noi stessi una domanda: ma per far questo c’era bisogno di creare un’Authority? O potevamo almeno risparmiare i costi di un altro ente che, evidentemente, non serve ad eliminare un sistema discutibilissimo (se vogliamo usare un termine molto soft) e sicuramente sbilanciato a favore dei soliti?
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venerdì 12 giugno 2009
IMMIGRAZIONE E CONDOMINIO – Dalle elezioni un messaggio da recepire.
Ha destato non poca sorpresa, almeno per quanto riguarda le nostre zone, il risultato elettorale di alcune liste – in particolare quello della Lega nord – che del tema immigrazione hanno fatto un loro cavallo di battaglia da lungo tempo. Spesso, con un’interpretazione discutibile, ma certamente in linea con il pensiero di molti cittadini sicuramente stanchi di una situazione sociale ed economica attribuita – in qualche caso a torto, seppur con qualche indiscutibile ragione – ad un fenomeno non sempre ben governato.
Indicativo a proposito quanto verificatosi nella provincia di Prato, che negli ultimi anni ha subito in maniera traumatica la consistente immigrazione cinese. Tale flusso, per così dire, di dimensioni anomale ha pesato sull’intera comunità locale, determinando una progressiva e preoccupante crisi del settore tessile, da molto tempo fiore all’occhiello dell’intera città .
A questo aspetto, indubbiamente importantissimo, si è aggiunto quello della difficoltà di gestione dei rapporti sociali e la creazione di una vera e propria città nella città, rappresentata dal sorgere di interi quartieri e/o zone della città completamente monopolizzati dalla comunità cinese. In questa situazione si viene ad inserire anche l’aspetto della vita condominiale, i cui equilibri sono stati del tutto scompaginati. Anche per la mancanza di leggi e norme specifiche, si è verificata l'impossibilità di assumere ed attuare iniziative per evitare un continuo peggioramento della qualità delle condizioni degli edifici con un costante ed ininterrotto degrado.
Più volte da parte nostra è stato segnalato questo pericolo e spesso ci siamo trovati a chiedere - ed a chiederci - il perché una parte così importante nella realtà delle città, grandi o piccole che siano, come di fatto sono i condomini sia stata completamente dimenticata dalla politica e dalle istituzioni. Così come ci siamo chiesti il perché nessuno – Governo, Regioni ed Enti locali – abbia compreso che il primo luogo dove si può intervenire per creare non solo l’integrazione, ma anche la comprensione delle leggi e norme di vita civile, almeno per come la intendiamo noi, è il condominio. Qui convivenza e rispetto dei doveri, prima ancora che il riconoscimento dei diritti, sono alla base di un rapporto che, sia pure nel rispetto delle proprie tradizioni, non può prescindere dall’accettazione dell’insieme delle regole del Paese nel quale si è scelto di vivere.
Ancora più grande è l’amarezza di dover prendere atto di una situazione che non getta le basi a favore di una corretta integrazione. La direzione è infatti quella di ghettizzazioni e/o creazioni di comunità nella comunità. D'altra parte, è proprio il fenomeno dei cittadini cinesi ad insegnarlo: il mancato riconoscimento da parte delle istituzioni della necessità di intervenire, con i fatti e non solo con parole, è la causa prima di un disagio ormai avvertito in tutta la società. Sarebbe stato sufficiente - e ciò non equivale a dire facile - “governare” il fenomeno e non subirlo.
Nel nostro piccolo avevamo lanciato l’idea del regolamento condominiale multietnico, che avrebbe potuto rappresentare un modo di far comprendere la realtà del condominio ai cittadini stranieri, ma la gran parte delle istituzioni non ha ben compreso lo spirito e l’importanza dell’iniziativa. Peccato, perché a nostro parere si è persa un’altra opportunità.
Indicativo a proposito quanto verificatosi nella provincia di Prato, che negli ultimi anni ha subito in maniera traumatica la consistente immigrazione cinese. Tale flusso, per così dire, di dimensioni anomale ha pesato sull’intera comunità locale, determinando una progressiva e preoccupante crisi del settore tessile, da molto tempo fiore all’occhiello dell’intera città .
A questo aspetto, indubbiamente importantissimo, si è aggiunto quello della difficoltà di gestione dei rapporti sociali e la creazione di una vera e propria città nella città, rappresentata dal sorgere di interi quartieri e/o zone della città completamente monopolizzati dalla comunità cinese. In questa situazione si viene ad inserire anche l’aspetto della vita condominiale, i cui equilibri sono stati del tutto scompaginati. Anche per la mancanza di leggi e norme specifiche, si è verificata l'impossibilità di assumere ed attuare iniziative per evitare un continuo peggioramento della qualità delle condizioni degli edifici con un costante ed ininterrotto degrado.
Più volte da parte nostra è stato segnalato questo pericolo e spesso ci siamo trovati a chiedere - ed a chiederci - il perché una parte così importante nella realtà delle città, grandi o piccole che siano, come di fatto sono i condomini sia stata completamente dimenticata dalla politica e dalle istituzioni. Così come ci siamo chiesti il perché nessuno – Governo, Regioni ed Enti locali – abbia compreso che il primo luogo dove si può intervenire per creare non solo l’integrazione, ma anche la comprensione delle leggi e norme di vita civile, almeno per come la intendiamo noi, è il condominio. Qui convivenza e rispetto dei doveri, prima ancora che il riconoscimento dei diritti, sono alla base di un rapporto che, sia pure nel rispetto delle proprie tradizioni, non può prescindere dall’accettazione dell’insieme delle regole del Paese nel quale si è scelto di vivere.
Ancora più grande è l’amarezza di dover prendere atto di una situazione che non getta le basi a favore di una corretta integrazione. La direzione è infatti quella di ghettizzazioni e/o creazioni di comunità nella comunità. D'altra parte, è proprio il fenomeno dei cittadini cinesi ad insegnarlo: il mancato riconoscimento da parte delle istituzioni della necessità di intervenire, con i fatti e non solo con parole, è la causa prima di un disagio ormai avvertito in tutta la società. Sarebbe stato sufficiente - e ciò non equivale a dire facile - “governare” il fenomeno e non subirlo.
Nel nostro piccolo avevamo lanciato l’idea del regolamento condominiale multietnico, che avrebbe potuto rappresentare un modo di far comprendere la realtà del condominio ai cittadini stranieri, ma la gran parte delle istituzioni non ha ben compreso lo spirito e l’importanza dell’iniziativa. Peccato, perché a nostro parere si è persa un’altra opportunità.
venerdì 5 giugno 2009
ICI: siamo all’acconto del 16 giugno
Anche se ormai si tratta di un’imposta rimasta in vigore per le seconde case, gli immobili sfitti o per quelli dati in locazione, è bene ricordare ai nostri lettori che entro il prossimo 16 Giugno dovrà essere versato l’acconto dell’I.C.I. Premesso che è confermata l’esenzione, con alcune eccezioni che peraltro vedremo in seguito, per l’abitazione principale e le pertinenze, per cui di questa imposta si parla molto meno, riteniamo necessario fornire alcune indicazioni a quei proprietari che in questi giorni si trovano ad affrontare questa nuova scadenza – nel caso specifico l’acconto – anche se non ci sono particolari e rilevanti novità da segnalare e sottolineare.
Com’è ormai consuetudine quando ci troviamo a parlare di tasse, imposte ed altri tributi restano sempre molte perplessità nell’individuazione degli immobili per i quali, a parte l’abitazione principale, è stato riconosciuto il diritto all’esenzione e quindi – in questo caso niente di nuovo sotto il sole del sistema tributario – dovremo armarci di pazienza per riuscire a districarsi nelle norme vigenti per capire se l’imposta sia o meno dovuta.
Detto dell’abitazione principale, che quasi sempre coincide con la residenza anagrafica, e ribadito che l’esenzione non è riconosciuta a quelle più lussuose (categorie catastali A1, A8 ed A9 sia pure adibite ad abitazione principale), l’imposta deve ritenersi dovuta per le residenze secondarie (quindi le case al mare o in montagna), per gli immobili dati in locazione oppure sfitti e sugli immobili ad uso diverso dalle abitazioni (come negozi, uffici, magazzini, etc.) ed infine sui terreni agricoli – con la sola eccezione di piccoli orti – e sulle aree edificabili. Il pagamento è dovuto non solo dai proprietari ma anche dai titolari di un diritto reale sul medesimo bene quali l’usufrutto, l’uso, l’abitazione, l’enfiteusi e la superficie) nonché da coloro che utilizzano immobili in leasing.
Nell’ipotesi di più proprietari ciascuno di questi dovrà corrispondere l’imposta in ragione della propria quota di possesso e in relazione ai mesi di possesso tenendo presente che dopo il quindicesimo giorno deve esse considerato un mese.
Mentre la prima rata, come ricordato nel titolo, deve essere versata entro il 16 Giugno, la seconda – a saldo – dovrà essere corrisposta entro il 16 dicembre. Unica eccezione i cittadini residenti all’estero che possono pagare l’I.C.I. in un’unica rata entro il 16 dicembre con l’aggiunta degli interessi del 3% sulla rata da versare a giugno.
Calcolare l’imposta dovuta, per chi da lungo tempo è proprietario di immobili non si tratta più di un problema, non è particolarmente difficile (ricordiamo che sul sito di Confedilizia – www.confedilizia.it – esiste una procedura specifica per il calcolo dell’imposta). Si tratterà di trovare la base imponibile prendendo la rendita catastale – il dato è rilevabile dal rogito o potrà essere chiesto con una semplicissima visura catastale – e rivalutarla del 5%. Ottenuta così la rendita si tratterà di moltiplicarla per una serie di coefficienti che sono legati alla tipologia dell’immobile. Da tenere presente che non si può più utilizzare una “rendita presunta” per cui in mancanza di questa sarà obbligatorio richiederla.
Per effettuare il calcolo si dovrà tenere conto dei seguenti coefficienti:
- 100 per le abitazioni – categoria catastale A ad esclusione della A10 -, i box (categoria C6) ed i magazzini;
- 50 per uffici e studi (categoria A10) e per i capannoni (categoria D);
- 34 per i negozi (categoria C1).
Nel caso dei terreni agricoli (si deve fare riferimento solo a quelli coltivati imprenditorialmente escludendo quindi quelli incolti o coltivati solo occasionalmente) si dovrà rivalutare del 25% il reddito dominicale moltiplicandolo poi per 75. Nel caso di aree fabbricabili si dovrà fare riferimento al valore commerciale al 1° Gennaio.
Come abbiamo detto in precedenza l’I.C.I. resta in vigore per gli immobili di categoria catastale A1 – signorili – A8 – ville – ed A9 – castelli, palazzi – anche se adibite ad abitazione principale. Per questi immobili rimane, come per il passato, il diritto ad una detrazione di euro 103,29 che molti comuni hanno arrotondato ad euro 104,00. Ovviamente la detrazione competerà per i mesi in cui l’immobile è stato direttamente utilizzato e dovrà, inoltre, essere divisa tra i comproprietari che vivono nell’abitazione. Nel caso in cui solo uno dei proprietari avesse la residenza nell’appartamento la detrazione competerà esclusivamente ed interamente a questo.
Con il pagamento del 16 di Giugno (acconto) si versa quanto dovuto per il periodo gennaio-giugno mentre a dicembre oltre a versare quanto dovuto per il secondo semestre si potranno corrispondere somme non conteggiate come acconto. Normalmente in presenza di un possesso per tutto l’anno dovrà essere corrisposto il 50% dell’intera somma dovuta. Poiché non è raro che alcuni comuni deliberino le aliquote ovvero stabiliscano i soggetti titolari di detrazioni e/o agevolazioni solo dopo la data di scadenza dell’acconto, sarà possibile versare il 50% della somma dovuta per l’anno precedente – ovviamente tenendo conto del periodo di effettivo possesso in relazione ad eventuali variazioni del proprio patrimonio in conseguenza di acquisti, vendite, successioni – provvedendo a sanare eventuali differenze derivanti da decisioni dell’amministrazione comunale intervenute in ritardo con il saldo da versare a dicembre.
In pratica, per semplicità, si potrebbe così schematizzare:
- calcolare l’imposta da versare sulla base delle aliquote dell’anno 2008;
- determinare l’imposta dovuta sulla base della quota e del periodo di effettivo possesso;
- sottrarre la detrazione per l’abitazione principale (esclusivamente per gli immobili di categoria catastale A1, A8 e A9);
- calcolare l’importo della prima rata corrispondente all’I.C.I. dovuta per il 1° semestre (nella misura del 50% del totale se il possesso è riferito a tutto l’anno);
- versamento del saldo mediante il ricalcolo dell’imposta sulla base delle regole emanate dai comuni per l’anno 2009 detraendo l’acconto versato.
Poiché per interpretazione dei comuni l’uso delle aliquote dell’anno 2009 – nell’ipotesi che fossero inferiori a quelle del 2008 – sarebbe possibile solo mediante versamento dell’I.C.I. in unica soluzione , sarebbe consigliabile applicare la procedura indicata in precedenza anche nell’ipotesi che fossero note le aliquote e le detrazioni dell’anno 2009 ed, ovviamente, possibile versare l’acconto corrispondente alla misura prevista.
Com’è ormai consuetudine quando ci troviamo a parlare di tasse, imposte ed altri tributi restano sempre molte perplessità nell’individuazione degli immobili per i quali, a parte l’abitazione principale, è stato riconosciuto il diritto all’esenzione e quindi – in questo caso niente di nuovo sotto il sole del sistema tributario – dovremo armarci di pazienza per riuscire a districarsi nelle norme vigenti per capire se l’imposta sia o meno dovuta.
Detto dell’abitazione principale, che quasi sempre coincide con la residenza anagrafica, e ribadito che l’esenzione non è riconosciuta a quelle più lussuose (categorie catastali A1, A8 ed A9 sia pure adibite ad abitazione principale), l’imposta deve ritenersi dovuta per le residenze secondarie (quindi le case al mare o in montagna), per gli immobili dati in locazione oppure sfitti e sugli immobili ad uso diverso dalle abitazioni (come negozi, uffici, magazzini, etc.) ed infine sui terreni agricoli – con la sola eccezione di piccoli orti – e sulle aree edificabili. Il pagamento è dovuto non solo dai proprietari ma anche dai titolari di un diritto reale sul medesimo bene quali l’usufrutto, l’uso, l’abitazione, l’enfiteusi e la superficie) nonché da coloro che utilizzano immobili in leasing.
Nell’ipotesi di più proprietari ciascuno di questi dovrà corrispondere l’imposta in ragione della propria quota di possesso e in relazione ai mesi di possesso tenendo presente che dopo il quindicesimo giorno deve esse considerato un mese.
Mentre la prima rata, come ricordato nel titolo, deve essere versata entro il 16 Giugno, la seconda – a saldo – dovrà essere corrisposta entro il 16 dicembre. Unica eccezione i cittadini residenti all’estero che possono pagare l’I.C.I. in un’unica rata entro il 16 dicembre con l’aggiunta degli interessi del 3% sulla rata da versare a giugno.
Calcolare l’imposta dovuta, per chi da lungo tempo è proprietario di immobili non si tratta più di un problema, non è particolarmente difficile (ricordiamo che sul sito di Confedilizia – www.confedilizia.it – esiste una procedura specifica per il calcolo dell’imposta). Si tratterà di trovare la base imponibile prendendo la rendita catastale – il dato è rilevabile dal rogito o potrà essere chiesto con una semplicissima visura catastale – e rivalutarla del 5%. Ottenuta così la rendita si tratterà di moltiplicarla per una serie di coefficienti che sono legati alla tipologia dell’immobile. Da tenere presente che non si può più utilizzare una “rendita presunta” per cui in mancanza di questa sarà obbligatorio richiederla.
Per effettuare il calcolo si dovrà tenere conto dei seguenti coefficienti:
- 100 per le abitazioni – categoria catastale A ad esclusione della A10 -, i box (categoria C6) ed i magazzini;
- 50 per uffici e studi (categoria A10) e per i capannoni (categoria D);
- 34 per i negozi (categoria C1).
Nel caso dei terreni agricoli (si deve fare riferimento solo a quelli coltivati imprenditorialmente escludendo quindi quelli incolti o coltivati solo occasionalmente) si dovrà rivalutare del 25% il reddito dominicale moltiplicandolo poi per 75. Nel caso di aree fabbricabili si dovrà fare riferimento al valore commerciale al 1° Gennaio.
Come abbiamo detto in precedenza l’I.C.I. resta in vigore per gli immobili di categoria catastale A1 – signorili – A8 – ville – ed A9 – castelli, palazzi – anche se adibite ad abitazione principale. Per questi immobili rimane, come per il passato, il diritto ad una detrazione di euro 103,29 che molti comuni hanno arrotondato ad euro 104,00. Ovviamente la detrazione competerà per i mesi in cui l’immobile è stato direttamente utilizzato e dovrà, inoltre, essere divisa tra i comproprietari che vivono nell’abitazione. Nel caso in cui solo uno dei proprietari avesse la residenza nell’appartamento la detrazione competerà esclusivamente ed interamente a questo.
Con il pagamento del 16 di Giugno (acconto) si versa quanto dovuto per il periodo gennaio-giugno mentre a dicembre oltre a versare quanto dovuto per il secondo semestre si potranno corrispondere somme non conteggiate come acconto. Normalmente in presenza di un possesso per tutto l’anno dovrà essere corrisposto il 50% dell’intera somma dovuta. Poiché non è raro che alcuni comuni deliberino le aliquote ovvero stabiliscano i soggetti titolari di detrazioni e/o agevolazioni solo dopo la data di scadenza dell’acconto, sarà possibile versare il 50% della somma dovuta per l’anno precedente – ovviamente tenendo conto del periodo di effettivo possesso in relazione ad eventuali variazioni del proprio patrimonio in conseguenza di acquisti, vendite, successioni – provvedendo a sanare eventuali differenze derivanti da decisioni dell’amministrazione comunale intervenute in ritardo con il saldo da versare a dicembre.
In pratica, per semplicità, si potrebbe così schematizzare:
- calcolare l’imposta da versare sulla base delle aliquote dell’anno 2008;
- determinare l’imposta dovuta sulla base della quota e del periodo di effettivo possesso;
- sottrarre la detrazione per l’abitazione principale (esclusivamente per gli immobili di categoria catastale A1, A8 e A9);
- calcolare l’importo della prima rata corrispondente all’I.C.I. dovuta per il 1° semestre (nella misura del 50% del totale se il possesso è riferito a tutto l’anno);
- versamento del saldo mediante il ricalcolo dell’imposta sulla base delle regole emanate dai comuni per l’anno 2009 detraendo l’acconto versato.
Poiché per interpretazione dei comuni l’uso delle aliquote dell’anno 2009 – nell’ipotesi che fossero inferiori a quelle del 2008 – sarebbe possibile solo mediante versamento dell’I.C.I. in unica soluzione , sarebbe consigliabile applicare la procedura indicata in precedenza anche nell’ipotesi che fossero note le aliquote e le detrazioni dell’anno 2009 ed, ovviamente, possibile versare l’acconto corrispondente alla misura prevista.
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Locazioni e sfratti: occorre un coordinamento
Anche per chi opera nel settore immobiliare ormai da molti anni e da tempo ha responsabilità all’interno di un’associazione che rappresenta i proprietari qualche volta è difficile comprendere e/o trovare una giustificazione a comportamenti che difficilmente possono trovare una spiegazione logica. Tale, infatti, può essere considerata la notizia apparsa su alcuni quotidiani locali dell’avvenuto sfratto di una famiglia composta da quattro persone, delle quali due bambini, effettuata con l’intervento della forza pubblica in una frazione del comune di Campi Bisenzio e che ha provocato un malore all’inquilino sfrattato con conseguente ricovero in ospedale.
Ovviamente la stranezza di quanto accaduto non sta certamente nell’esecuzione dello sfratto mediante la forza pubblica perché ormai si verificano continuamente eventi del genere, ma piuttosto nel fatto che, in questa circostanza, l’inquilino aveva già trovato un nuovo alloggio e che un semplice rinvio di una quindicina di giorni avrebbe consentito di evitare ad una famiglia il disagio, diciamo pure il trauma, di un provvedimento che è già difficile da accettare quando viene svolto in tutta normalità ma che diventa sconvolgente quando è la forza pubblica ad intervenire.
Pare naturale, nella circostanza, pensare che è mancata del tutto la capacità di dialogare da parte dei soggetti interessati – inquilini e proprietà - così come assente è stato l’ente locale, ci riferiamo al Comune ed all’assessorato competente, che avrebbe avuto forse la possibilità di suggerire o più propriamente mediare per trovare una soluzione che portasse ad un semplice rinvio del provvedimento.
In tutti i casi l’intera vicenda è la dimostrazione di quanto la situazione degli sfratti (per fine locazione e per morosità) sia diventata notevolmente conflittuale per la mancanza di capacità di intervenire da parte dei vari governi che si sono succeduti nel tempo nel settore delle locazioni con leggi che prendano in esame l’intero settore degli affitti senza ricorrere solo ed esclusivamente ad un continuo ed inaccettabile blocco degli sfratti (compresi quelli per morosità) - e per l’impossibilità, non solo economica, degli enti locali (regioni, provincie e comuni) di assumere un ruolo più propositivo ed esaustivo nella ricerca di soluzioni.
E’ mancata soprattutto la capacità di aprirsi alle proposte ed ai suggerimenti da parte di quei soggetti (rappresentanti della proprietà e degli inquilini in primis) che vivendo giorno per giorno questi problemi avrebbero la possibilità di suggerire soluzioni condivise e percorsi diversi da quelli che la politica ha percorso fino ad oggi e che non hanno portato risultati e benefici. Si è preferito lasciare che si aprisse una “guerra fra poveri” piuttosto che avere l’umiltà di ascoltare chi avrebbe potuto dire qualcosa di utile accettando le situazioni che abbiamo visto in premessa, indicative e sintomatiche di un sistema ormai privo di qualsiasi possibilità di miglioramento se non si scegli di ripartire da metodologie diverse e da norme più civili.
Basterebbe poco! Forse che la “politica ed i politici” sappiano con umiltà semplicemente ascoltare chi, almeno qualche volta, i problemi li conosce meglio e per questo potrebbe suggerire soluzioni migliori del semplice rinvio o “proroga”.
Ovviamente la stranezza di quanto accaduto non sta certamente nell’esecuzione dello sfratto mediante la forza pubblica perché ormai si verificano continuamente eventi del genere, ma piuttosto nel fatto che, in questa circostanza, l’inquilino aveva già trovato un nuovo alloggio e che un semplice rinvio di una quindicina di giorni avrebbe consentito di evitare ad una famiglia il disagio, diciamo pure il trauma, di un provvedimento che è già difficile da accettare quando viene svolto in tutta normalità ma che diventa sconvolgente quando è la forza pubblica ad intervenire.
Pare naturale, nella circostanza, pensare che è mancata del tutto la capacità di dialogare da parte dei soggetti interessati – inquilini e proprietà - così come assente è stato l’ente locale, ci riferiamo al Comune ed all’assessorato competente, che avrebbe avuto forse la possibilità di suggerire o più propriamente mediare per trovare una soluzione che portasse ad un semplice rinvio del provvedimento.
In tutti i casi l’intera vicenda è la dimostrazione di quanto la situazione degli sfratti (per fine locazione e per morosità) sia diventata notevolmente conflittuale per la mancanza di capacità di intervenire da parte dei vari governi che si sono succeduti nel tempo nel settore delle locazioni con leggi che prendano in esame l’intero settore degli affitti senza ricorrere solo ed esclusivamente ad un continuo ed inaccettabile blocco degli sfratti (compresi quelli per morosità) - e per l’impossibilità, non solo economica, degli enti locali (regioni, provincie e comuni) di assumere un ruolo più propositivo ed esaustivo nella ricerca di soluzioni.
E’ mancata soprattutto la capacità di aprirsi alle proposte ed ai suggerimenti da parte di quei soggetti (rappresentanti della proprietà e degli inquilini in primis) che vivendo giorno per giorno questi problemi avrebbero la possibilità di suggerire soluzioni condivise e percorsi diversi da quelli che la politica ha percorso fino ad oggi e che non hanno portato risultati e benefici. Si è preferito lasciare che si aprisse una “guerra fra poveri” piuttosto che avere l’umiltà di ascoltare chi avrebbe potuto dire qualcosa di utile accettando le situazioni che abbiamo visto in premessa, indicative e sintomatiche di un sistema ormai privo di qualsiasi possibilità di miglioramento se non si scegli di ripartire da metodologie diverse e da norme più civili.
Basterebbe poco! Forse che la “politica ed i politici” sappiano con umiltà semplicemente ascoltare chi, almeno qualche volta, i problemi li conosce meglio e per questo potrebbe suggerire soluzioni migliori del semplice rinvio o “proroga”.
venerdì 29 maggio 2009
Acqua: il confronto tra Publiacqua, difensori civici e Confedilizia. Qualcosa si muove!
Il Convegno organizzato da Confedilizia Delegazione di Campi Bisenzio-Signa e la sede territoriale di Firenze dell’associazione con la collaborazione della Presidenza del Consiglio comunale di Campi Bisenzio, svoltosi il 21 Maggio u.s. presso l’Auditorium della Cassa di Risparmio di Firenze ha rappresentato una svolta importantissima nell’ottica della realizzazione di una base permanente di confronto fra tutti coloro che operano nel settore dei servizi idrici e/o ad essi rivolgono parte della loro attività.
Essere riusciti a mettere insieme – forse per la prima volta - il Presidente di Publiacqua, Amos Cecchi, il difensore civico regionale, Giorgio Morales, quello di Firenze, Alberto Brasca, e dei comuni della piana, Emanuele Pellicanò, oltre ai vertici di Confedilizia Firenze e di Campi Bisenzio-Signa, Nino Scripelliti ed Antonio Esposito, in rappresentanza dei proprietari di case e degli amministratori di condominio, costituisce un segnale importantissimo sulla volontà reciproca di conoscere i problemi e di poterli quindi affrontare in futuro nel modo migliore a tutto vantaggio dei cittadini-utenti.
Sul tavolo sono state poste tutte le questioni che rappresentano la quasi totalità di quelle segnalate ai difensori civici dai cittadini nonché quelle problematiche che gli amministratori di condominio od i singoli proprietari di casa si trovano ad affrontare quotidianamente diventando fonte di discussioni, lamentele e proteste nei confronti dell’ente erogatore del servizio, ma – cosa più importante – con un confronto, aperto e chiaro, sono state avanzate proposte per il miglioramento del servizio e dei rapporti tra Publiacqua ed utenti da realizzarsi anche mediante altri incontri ed una valorizzazione delle commissioni congiunte.
Il difensore civico del Comune di Firenze, Alberto Brasca, dopo aver premesso che le pratiche delle quali si occupa il suo ufficio non hanno un valore statistico, si è soffermato “sulle molte lamentele che derivano dalla mancata effettuazione delle letture dei contatori, così come previsto dalla carta dei servizi, con emissione di bollette con importi elevatissimi. Il problema diventa drammatico se tra una lettura e l’altra si verifica una perdita occulta. In questi casi si raggiungono cifre consistenti alle quali gli utenti a volte non sono in grado di far fronte”. Altro motivo di lamentele rivolte al difensore civico è costituito dalla mancanza di chiarezza delle bollette – non solo di Publiacqua ma soprattutto di quelle delle ditte “recapitiste” – che sono “compilate con formule spesso molto generiche, per cui anche per noi è difficile arrivare a capirne il significato ed il perché”. Infine – ha affermato Brasca – esiste la nota dolente del deposito cauzionale cioè la cifra che l’utente versa quando sottoscrive il contratto. “A Firenze sono frequenti casi di contratti dalla durata anche di pochi anni, esempio tipico il caso degli studenti, e quando il contratto viene interrotto non si sa più a chi richiedere la restituzione del deposito. I soldi infatti sono stati pagati al recapiti sta che poi li ha girati a Publiacqua per cui se li chiedi al primo ti dicono di rivolgerti alla seconda. E con Publiacqua il problema è… molto confuso!”.
Un problema, segnalato anche dagli altri difensori civici visto che è esteso a tutto il territorio, che Brasca definisce “dramma” è costituito dalla chiusura dell’acqua. “A volte, per un solo utente moroso, chiudono l’acqua a tutto il condominio, anche a tutti gli utenti che hanno pagato regolarmente. Chi ha sempre pagato vive ovviamente tutto questo come un ingiustizia profonda, inoltre spesso le informazioni sono assai deboli: Publiacqua fa una sorta di “cassettinaggio”, mette nelle cassette dei fogliolini che possono andare facilmente perduti. E’ successo che i cittadini si siano visti togliere l’acqua senza alcun preavviso”.
Il difensore civico dei comuni della piana, Emanuele Pellicanò, ha evidenziato come i problemi sollevati dai cittadini siano in gran parte analoghi con al primo posto “le perdite occulte, aggravate dai ritardi nelle letture dei contatori e nelle fatturazioni. Proprio le fatturazioni poco frequenti, al ritmo di una bolletta all’anno, sono un’altra nota dolente, mentre ancora poco conosciuta è l’assicurazione contro le perdite occulte, la polizza che con pochi euro all’anno consente di coprire eventuali “bollette pazze” dovute proprio alle falle nelle tubazioni. Anche nella piana si lamentano spesso bollette incomprensibili e difficoltà nel farsi restituire il deposito cauzionale”. Interessante e da valutare – per Pellicanò – è un problema che sembra riguardare soprattutto Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio: quello delle corti interne. “Ci sono “zone grigie” dove il confine tra l’area pubblica e quella privata è incerto, anche per gli uffici comunali, e non si riesce a stabilire chi debba intervenire per riparare un guasto. A Calenzano si aggiungono i problemi di interruzione del servizio, con i rubinetti che restano all’asciutto come è successo anche nel palazzo comunale. Importante è anche la questione relativa a chi acquista una casa di nuova costruzione con il costruttore che assicura dell’esistenza della rete idrica per gli allacciamenti mentre Publiacqua sostiene la necessità di realizzare una nuova rete. Si ha l’impressione, forse più che questa, di uno scaricabarile ed un rimpallo di competenze nel quale il cittadino viene stritolato”.
Essere riusciti a mettere insieme – forse per la prima volta - il Presidente di Publiacqua, Amos Cecchi, il difensore civico regionale, Giorgio Morales, quello di Firenze, Alberto Brasca, e dei comuni della piana, Emanuele Pellicanò, oltre ai vertici di Confedilizia Firenze e di Campi Bisenzio-Signa, Nino Scripelliti ed Antonio Esposito, in rappresentanza dei proprietari di case e degli amministratori di condominio, costituisce un segnale importantissimo sulla volontà reciproca di conoscere i problemi e di poterli quindi affrontare in futuro nel modo migliore a tutto vantaggio dei cittadini-utenti.
Sul tavolo sono state poste tutte le questioni che rappresentano la quasi totalità di quelle segnalate ai difensori civici dai cittadini nonché quelle problematiche che gli amministratori di condominio od i singoli proprietari di casa si trovano ad affrontare quotidianamente diventando fonte di discussioni, lamentele e proteste nei confronti dell’ente erogatore del servizio, ma – cosa più importante – con un confronto, aperto e chiaro, sono state avanzate proposte per il miglioramento del servizio e dei rapporti tra Publiacqua ed utenti da realizzarsi anche mediante altri incontri ed una valorizzazione delle commissioni congiunte.
Il difensore civico del Comune di Firenze, Alberto Brasca, dopo aver premesso che le pratiche delle quali si occupa il suo ufficio non hanno un valore statistico, si è soffermato “sulle molte lamentele che derivano dalla mancata effettuazione delle letture dei contatori, così come previsto dalla carta dei servizi, con emissione di bollette con importi elevatissimi. Il problema diventa drammatico se tra una lettura e l’altra si verifica una perdita occulta. In questi casi si raggiungono cifre consistenti alle quali gli utenti a volte non sono in grado di far fronte”. Altro motivo di lamentele rivolte al difensore civico è costituito dalla mancanza di chiarezza delle bollette – non solo di Publiacqua ma soprattutto di quelle delle ditte “recapitiste” – che sono “compilate con formule spesso molto generiche, per cui anche per noi è difficile arrivare a capirne il significato ed il perché”. Infine – ha affermato Brasca – esiste la nota dolente del deposito cauzionale cioè la cifra che l’utente versa quando sottoscrive il contratto. “A Firenze sono frequenti casi di contratti dalla durata anche di pochi anni, esempio tipico il caso degli studenti, e quando il contratto viene interrotto non si sa più a chi richiedere la restituzione del deposito. I soldi infatti sono stati pagati al recapiti sta che poi li ha girati a Publiacqua per cui se li chiedi al primo ti dicono di rivolgerti alla seconda. E con Publiacqua il problema è… molto confuso!”.
Un problema, segnalato anche dagli altri difensori civici visto che è esteso a tutto il territorio, che Brasca definisce “dramma” è costituito dalla chiusura dell’acqua. “A volte, per un solo utente moroso, chiudono l’acqua a tutto il condominio, anche a tutti gli utenti che hanno pagato regolarmente. Chi ha sempre pagato vive ovviamente tutto questo come un ingiustizia profonda, inoltre spesso le informazioni sono assai deboli: Publiacqua fa una sorta di “cassettinaggio”, mette nelle cassette dei fogliolini che possono andare facilmente perduti. E’ successo che i cittadini si siano visti togliere l’acqua senza alcun preavviso”.
Il difensore civico dei comuni della piana, Emanuele Pellicanò, ha evidenziato come i problemi sollevati dai cittadini siano in gran parte analoghi con al primo posto “le perdite occulte, aggravate dai ritardi nelle letture dei contatori e nelle fatturazioni. Proprio le fatturazioni poco frequenti, al ritmo di una bolletta all’anno, sono un’altra nota dolente, mentre ancora poco conosciuta è l’assicurazione contro le perdite occulte, la polizza che con pochi euro all’anno consente di coprire eventuali “bollette pazze” dovute proprio alle falle nelle tubazioni. Anche nella piana si lamentano spesso bollette incomprensibili e difficoltà nel farsi restituire il deposito cauzionale”. Interessante e da valutare – per Pellicanò – è un problema che sembra riguardare soprattutto Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio: quello delle corti interne. “Ci sono “zone grigie” dove il confine tra l’area pubblica e quella privata è incerto, anche per gli uffici comunali, e non si riesce a stabilire chi debba intervenire per riparare un guasto. A Calenzano si aggiungono i problemi di interruzione del servizio, con i rubinetti che restano all’asciutto come è successo anche nel palazzo comunale. Importante è anche la questione relativa a chi acquista una casa di nuova costruzione con il costruttore che assicura dell’esistenza della rete idrica per gli allacciamenti mentre Publiacqua sostiene la necessità di realizzare una nuova rete. Si ha l’impressione, forse più che questa, di uno scaricabarile ed un rimpallo di competenze nel quale il cittadino viene stritolato”.
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Toscana: edilizia sempre più in crisi
Si è per il momento infranto il sogno della maggior parte delle famiglie toscane, ma soprattutto di giovani coppie, che mettevano al primo posto dei loro desideri una casa di nuova costruzione in una bella zona – possibilmente residenziale – e, magari, dotata di garage e giardino. La crisi ha contribuito notevolmente, anche se i primi segnali si rilevavano già precedentemente, ad infrangere questa speranza ed alle difficoltà già notevoli provocate dai costi dei mutui si sono aggiunti i problemi creati dalla consistente incidenza del carico fiscale che grava in modo molto più alto sulle nuove costruzioni che nei confronti di quelle usate. Si tratta di un rapporto di tre ad uno (per semplificare da circa il 10% per le nuove case al 3% per quelle usate) che in tempi di difficoltà economiche e di accesso ai mutui sono pur sempre un carico non indifferente per gli eventuali acquirenti. La conseguenza più importante e gli effetti più rilevanti sono che, praticamente, il mercato delle nuove abitazioni è del tutto fermo anche se gli effetti recessivi sono sentiti da tutto il comparto dell’edilizia con prospettive certamente non rosee per tutto il corrente anno. Già nel corso dello scorso anno 2008 le compravendite avevano registrato una flessione consistente – a due cifre – con punte di oltre il 18% in meno per la provincia ed un risultato di quasi il 14% di riduzione per i capoluoghi per gli acquisti effettuati senza ricorso ai mutui, mentre ancora più significativa è la flessione delle compravendite che si avvalgono dell’aiuto delle banche scese nel corso dello stesso anno di oltre il 27%. Tutto ciò dimostra che ad una chiara difficoltà di accedere ai mutui per un diverso atteggiamento delle banche, chi acquista una casa preferisce un atteggiamento prudenziale, confermato anche dalla lunghezza dei mutui stessi (allungata di oltre il 2%) od usufruire di risorse proprie.
Altro dato significativo è quello che riguarda la durata delle trattative che sono passate da circa tre a sei mesi ed oltre evidenziando la volontà del venditore di ottenere dalla cessione del bene il massimo possibile – il più vicino alle valutazioni del 2008 – e quella dell’acquirente di ottenere il massimo sconto. Risultato di tutto ciò è il sostanziale ristagno delle trattative e la consistente riduzione delle quotazioni immobiliari per il settore delle abitazioni che scende di un 12% nei capoluoghi e di un 15% nella provincia (rispettivamente –17% e –15% per il comparto commerciale) ed una flessione impressionante del fatturato delle agenzie immobiliari sceso in generale di oltre il 20% ed una situazione più grave per la nostra città che raggiunge il 25%, con punte di oltre il 30% nel terzo trimestre dell’anno 2008.
E’ evidente che questa situazione è ancora più rilevante e drammatica ove si consideri che nell’economia del paese – e le nostre zone non fanno eccezione – il settore dell’edilizia è da sempre considerato determinante per le sorti dell’intero sistema socio-economico italiano e la crisi di questo settore è indicativa delle difficoltà della nazione nel suo insieme. Ai grossi problemi occupazionali che si vengono a determinare (oltre agli addetti al settore edile si deve considerare anche tutto l’indotto ed i servizi ad esso collegati) si creeranno non poche difficoltà per la maggior parte dei comuni italiani che spesso, forse troppo, hanno basato i propri bilanci sulle entrate degli oneri urbanistici non preoccupandosi di intervenire con provvedimenti strutturali per la conduzione amministrativa e meno che mai con una sana politica di riduzione dei costi.
Altro dato significativo è quello che riguarda la durata delle trattative che sono passate da circa tre a sei mesi ed oltre evidenziando la volontà del venditore di ottenere dalla cessione del bene il massimo possibile – il più vicino alle valutazioni del 2008 – e quella dell’acquirente di ottenere il massimo sconto. Risultato di tutto ciò è il sostanziale ristagno delle trattative e la consistente riduzione delle quotazioni immobiliari per il settore delle abitazioni che scende di un 12% nei capoluoghi e di un 15% nella provincia (rispettivamente –17% e –15% per il comparto commerciale) ed una flessione impressionante del fatturato delle agenzie immobiliari sceso in generale di oltre il 20% ed una situazione più grave per la nostra città che raggiunge il 25%, con punte di oltre il 30% nel terzo trimestre dell’anno 2008.
E’ evidente che questa situazione è ancora più rilevante e drammatica ove si consideri che nell’economia del paese – e le nostre zone non fanno eccezione – il settore dell’edilizia è da sempre considerato determinante per le sorti dell’intero sistema socio-economico italiano e la crisi di questo settore è indicativa delle difficoltà della nazione nel suo insieme. Ai grossi problemi occupazionali che si vengono a determinare (oltre agli addetti al settore edile si deve considerare anche tutto l’indotto ed i servizi ad esso collegati) si creeranno non poche difficoltà per la maggior parte dei comuni italiani che spesso, forse troppo, hanno basato i propri bilanci sulle entrate degli oneri urbanistici non preoccupandosi di intervenire con provvedimenti strutturali per la conduzione amministrativa e meno che mai con una sana politica di riduzione dei costi.
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venerdì 22 maggio 2009
Firenze: una nuova via per le locazioni
Il Comune di Firenze, rappresentato dall’assessore al patrimonio, e le organizzazioni sindacali degli inquilini e dei proprietari - compresa ovviamente Confedilizia - hanno stipulato un protocollo d’intesa che prevede il rimborso dell’I.C.I. (imposta comunale sugli immobili) ai proprietari che cederanno in locazione un appartamento, alle condizioni previste dall’articolo 2 della Legge 431/98, senza incrementare il canone rispetto al precedente accordo del 2004. Con questo accordo, che sarà deliberato nel corso della seduta di giunta del 19 Maggio 2009, è stato dato un contributo importantissimo alla sottoscrizione delle intese territoriali sulle locazioni abitative da parte delle organizzazioni sindacali degli inquilini e quelli dei proprietari: un passo – piccolo ma significativo – per la riduzione del carico fiscale che grava sulle locazioni, anche se la speranza di Confedilizia è sempre orientata all’applicazione della cedolare secca sui redditi derivanti dall’affitto. L’accordo non prevede questa possibilità per le grandi proprietà come gli istituti bancari, compagnie assicurative, cooperative o comunque tutti i soggetti che hanno una disponibilità di oltre 30 unità immobiliari in locazione ad uso abitativo.
Confedilizia ha espresso il più vivo apprezzamento per questa iniziativa, che assume ancora più importanza in quanto finalizzata a sostenere gli inquilini in un periodo di grave crisi economica. Col provvedimento, si creano inoltre le condizioni per un possibile allargamento del mercato delle locazioni agli immobili sfitti ed il contestuale ed auspicabile abbattimento del fenomeno degli affitti in nero.
Interessante la prevista istituzione di un “sistema informativo che comprende un osservatorio territoriale per il monitoraggio del mercato abitativo, una commissione per la formazione professionale degli operatori del settore e un’agenzia per favorire lo sviluppo del mercato agevolando l’incontro tra domanda ed offerta”. Eccellente la decisione di “istituire un fondo con finalità di solidarietà per sostenere gli inquilini che non sono in grado di pagare l’affitto a causa di motivi di salute, licenziamento e disagi economici dovuti a rapporti di lavoro precario”.
Questa la notizia che nella sua essenzialità dice moltissimo in merito al problema delle locazioni. Vorremmo aggiungere che finalmente quello cha da molto tempo sollecitiamo – come la costituzione di una commissione e di un sistema informativo – comincia a trovare interlocutori e condivisioni sia nell’ente pubblico che nelle associazioni degli inquilini. La nostra posizione è sempre stata quella di prestare la massima attenzione nei confronti di un problema che abbiamo sempre visto non solo in funzione del nostro ruolo di rappresentanti della proprietà diffusa, ma anche degli inquilini, ritenendo importantissimo un impegno sinergico delle associazioni ai fini di trovare le soluzioni più giuste e soprattutto eque nei confronti dei soggetti che vivono sulla propria pelle la difficoltà di trovare una casa e di essere in grado di sostenerne i costi. Non una visione settaria, quindi, ma un contributo forte della nostra associazione per la soluzione di una delle questioni più importanti del nostro paese: la casa. Ci auguriamo che quanto prima sia possibile giungere ad accordi analoghi con tutti i comuni della provincia, ma, ovviamente, non abbandoniamo la battaglia più importante, costituita come già accennato dall’applicazione della cedolare secca sui redditi di locazione. Nel cassetto abbiamo le lettere di impegno del governo ed anche di rappresentanti dell’opposizione. Sarebbe opportuno che qualcuno cominciasse ad assumere le iniziative conseguenti. Solo allora raggiungeremo il massimo delle possibilità per sbloccare finalmente questo settore.
Confedilizia ha espresso il più vivo apprezzamento per questa iniziativa, che assume ancora più importanza in quanto finalizzata a sostenere gli inquilini in un periodo di grave crisi economica. Col provvedimento, si creano inoltre le condizioni per un possibile allargamento del mercato delle locazioni agli immobili sfitti ed il contestuale ed auspicabile abbattimento del fenomeno degli affitti in nero.
Interessante la prevista istituzione di un “sistema informativo che comprende un osservatorio territoriale per il monitoraggio del mercato abitativo, una commissione per la formazione professionale degli operatori del settore e un’agenzia per favorire lo sviluppo del mercato agevolando l’incontro tra domanda ed offerta”. Eccellente la decisione di “istituire un fondo con finalità di solidarietà per sostenere gli inquilini che non sono in grado di pagare l’affitto a causa di motivi di salute, licenziamento e disagi economici dovuti a rapporti di lavoro precario”.
Questa la notizia che nella sua essenzialità dice moltissimo in merito al problema delle locazioni. Vorremmo aggiungere che finalmente quello cha da molto tempo sollecitiamo – come la costituzione di una commissione e di un sistema informativo – comincia a trovare interlocutori e condivisioni sia nell’ente pubblico che nelle associazioni degli inquilini. La nostra posizione è sempre stata quella di prestare la massima attenzione nei confronti di un problema che abbiamo sempre visto non solo in funzione del nostro ruolo di rappresentanti della proprietà diffusa, ma anche degli inquilini, ritenendo importantissimo un impegno sinergico delle associazioni ai fini di trovare le soluzioni più giuste e soprattutto eque nei confronti dei soggetti che vivono sulla propria pelle la difficoltà di trovare una casa e di essere in grado di sostenerne i costi. Non una visione settaria, quindi, ma un contributo forte della nostra associazione per la soluzione di una delle questioni più importanti del nostro paese: la casa. Ci auguriamo che quanto prima sia possibile giungere ad accordi analoghi con tutti i comuni della provincia, ma, ovviamente, non abbandoniamo la battaglia più importante, costituita come già accennato dall’applicazione della cedolare secca sui redditi di locazione. Nel cassetto abbiamo le lettere di impegno del governo ed anche di rappresentanti dell’opposizione. Sarebbe opportuno che qualcuno cominciasse ad assumere le iniziative conseguenti. Solo allora raggiungeremo il massimo delle possibilità per sbloccare finalmente questo settore.
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