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venerdì 13 marzo 2009

Piano Casa e condominio

In questi giorni il Premier Silvio Berlusconi ha proposto un piano casa. A suo dire, lo scopo dell'intervento è di rimettere in moto il settore dell’edilizia, particolarmente colpito dalla crisi che attanaglia l’economia mondiale ed in particolare quella del nostro Paese. Nel quale, nonostante le professioni di ottimismo dello stesso Primo Ministro, la recessione stessa provocherebbe secondo fonti autorevoli delle associazioni dei costruttori la perdita di ben 250.000 posti di lavoro.
Ovviamente è particolarmente difficile in questo momento sulla base delle scarse notizie riportate dai giornali comprendere quali saranno i termini esatti di questo provvedimento, per cui dobbiamo limitarci a dare un parere legato esclusivamente all’aspetto generale della proposta con particolare riferimento alla parte che potrebbe riguardare gli edifici in condominio.
Pare evidente, in primo luogo, che alcune delle ventilate possibilità concesse ai cittadini – nel caso specifico ai condomini – contrasterebbero con quanto previsto dal codice civile (e probabilmente dai rogiti, regolamenti contrattuali, etc.) come nell’ipotesi di poter rialzare addirittura gli edifici di un piano con palese ed evidente conflitto con il diritto di sopraelevazione attualmente in vigore.
Ma l’effetto più dirompente per il condominio sarebbe quello di modificare e stravolgere la qualità della vita ed il corretto uso delle parti comuni condominiali che indubbiamente verrebbero stravolte dalla creazione di nuove unità immobiliari o semplicemente dalla modifica “liberalizzata” di altre.
Parrebbe facile capire – forse basterebbe un minimo di buon senso, oppure semplicemente essere od essere stati condomini – che l’aumento di unità immobiliari oppure le variazioni di destinazione (in particolare quelle relative ai fondi commerciali trasformati in appartamenti) comportano difficoltà enormi per tutta una serie di motivi connessi con la necessità di abbinare all’abitazione servizi e infrastrutture necessari ed indispensabili. Come non comprendere che diventa un problema, qualche volta veramente di difficile soluzione, la creazione di nuove linee per campanelli e citofoni, l’installazione di contatori del gas e relative tubazioni di adduzione, l’inserimento di nuove cassette postali in spazi appositamente creati per il numero di unità immobiliari previste in costruzione, l’allacciamento a fosse biologiche e pozzetti realizzate per un certo numero di appartamenti ed infine la complicata situazione dei parcheggi nelle aree condominiali spesso appena sufficienti per gli originari residenti?
Tuttavia, sotto questo aspetto, il provvedimento annunciato porterebbe soltanto un aggravio ulteriore in quanto – anche se certe regioni ora protestano – già le amministrazioni locali autorizzavano il frazionamento di un appartamento in due o più unità immobiliari usufruendo del semplicissimo provvedimento delle D.I.A. (dichiarazione inizio attività) senza alcuna necessità di autorizzazione assembleare ed in barba ai diritti di coloro i quali avevano acquistato la propria casa in determinate condizioni e con specifiche caratteristiche. E, cosa anche peggiore, alla faccia di qualsiasi programmazione dello sviluppo urbanistico e delle infrastrutture necessarie!
Torneremo sull’argomento quando avremo notizie più precise ma, in tutti i casi, non è così che si rimette in modo il mercato e non è così che si risolve la questione casa.

venerdì 19 dicembre 2008

Integrazione: molte parole e pochi fatti

Ho letto con vivo interesse sul quotidiano “La Nazione” i dati di uno studio condotto dal ricercatore Ulisse Di Corpo, che ha analizzato alcuni indici riguardanti la comunità cinese nella provincia di Firenze. Dallo studio emerge che dopo molti anni il fenomeno dell’immigrazione di questa comunità ha manifestato un trend inverso, in quanto si registra una riduzione, negli ultimi dodici mesi, dello 0,4% del flusso migratorio a fronte di un complessivo +18% negli ultimi quattro anni.
Innegabile l’effetto della crisi economica, particolarmente grave in Italia, rilevabile in questo dato. Ma non è questo l’aspetto che vorrei evidenziare circa l' interessantissimo lavoro, quanto, piuttosto, l’esame di alcuni dei motivi che hanno provocato difficoltà di integrazione secondo questi cittadini provenienti da una realtà culturale molto diversa dalla nostra e con particolare ed innegabile tendenza alla chiusura.
Se poteva essere facilmente intuibile che la difficoltà della lingua fosse nettamente al primo posto (ma significa che è stato fatto poco per superare questo ostacolo da entrambe le parti) è particolarmente significativo che al secondo siano state indicate le “condizioni abitative difficili” ed al quinto e sesto (ma con percentuali rilevanti) rispettivamente il “rapporto con gli italiani” (22,6%) e la “discriminazione” (19,1%), che sono due facce della stessa medaglia e portano la percentuale totale delle risposte inerenti questo aspetto (integrazione) al 41,7%.
Purtroppo la lettura di questi dati e la contestuale presa di coscienza delle risposte fornite al ricercatore dai cittadini cinesi (ma è da ritenersi che in massima parte sarebbero uguali anche per altre comunità di cittadini stranieri) mi ha provocato amarezza e contrarietà perché se da una parte viene confermata la mia corretta interpretazione del fenomeno, dall’altra viene evidenziata l’assoluta mancanza di iniziative pratiche (parole ne sono state dette tante) da parte delle istituzioni.
Ho affermato più volte che il miglior modo di favorire l’integrazione sarebbe stato quello di creare buoni rapporti all’interno dei condomini, dove si instaurano i primi contatti fra i cittadini di diverse etnie e la nostra comunità. Il condominio rappresenta quel piccolo mondo, circoscritto dalle pareti domestiche ma aperto a tutti nelle parti comuni, che consentirebbe in modo più diretto, ed anche più facile, di far conoscere reciproci usi, costumi e consuetudini al fine di creare i presupposti per poter estendere la pacifica convivenza fra etnie dall’edificio al paese.
Non è un caso che la mia idea di “regolamento condominiale multietnico” sia stata recepita da Confedilizia, che lo ha tradotto in pratica pubblicandolo, e non è assolutamente strano che la presentazione del regolamento sia avvenuto alla Camera dei Deputati alla presenza di associazioni particolarmente impegnate verso il mondo dell’immigrazione come la Caritas.
Purtroppo, a conferma che nessuno è profeta in patria, proprio le istituzioni di Campi Bisenzio non hanno compreso l’importanza di questa iniziativa ed alle proposte di organizzare incontri con le varie etnie per favorire ed agevolare l’integrazione a partire dal condominio, si è risposto con argomenti risibili ed assurdi che non hanno fatto che confermare quanto sia facile parlare e quanto invece sia più complicato agire. Anche un semplice amministratore di condominio (tanto vituperato) può avere buone idee e soprattutto tanta volontà di contribuire alla soluzione dei problemi senza alcuna intenzione di ottenere dei vantaggi personali.