Sono passati quasi trentacinque anni da quando, all’inizio della mia attività professionale, organizzai un convegno che aveva ad oggetto l’argomento usato come titolo per l’editoriale di questa settimana. Già allora mi rivolgevo alla classe politica locale - ma non solo- per segnalare la potenzialità dell’ente condominio in relazione alle possibilità di operare in sintonia con l’amministrazione pubblica al fine di contribuire al miglioramento ed alla razionalizzazione di alcuni servizi essenziali spesso male gestiti ed ancor peggio organizzati.
Sembrava evidente che la collaborazione fra gli amministratori condominiali e l’amministrazione locale – sindaco ed assessori – avrebbe potuto realizzare una sinergia interessante ai fini della soluzione dei problemi nonché per l’individuazione delle problematiche da risolvere e la classificazione delle disfunzioni ai fini della loro eliminazione.
Purtroppo, una preziosissima ipotesi di lavoro non è stata mai presa in considerazione e, salvo rarissime eccezioni, la politica si è ben guardata da creare i presupposti per dare vita e corpo ad un rapporto di collaborazione. Eppure, questo sarebbe stato essenziale per migliorare la qualità della vita non solo delle comunità condominiali, ma anche di interi quartieri formati in massima parte da edifici in condominio. Eppure in Europa – si veda in proposito la Germania – molti paesi hanno sfruttato questa possibilità trovando soluzioni efficaci, sia in termini economici che di funzionalità di alcuni servizi, creando i presupposti per risolvere in modo eccellente problematiche importantissime come la gestione della raccolta differenziata dei rifiuti (a livello condominiale)o la realizzazione di asili nido all’interno dei fabbricati (spesso in collaborazione fra vari condominii), tanto per citare le più rilevanti.
Sembra quasi che la politica – e in particolare quella che ne costituisce l'attuale classe, ormai autoreferenziale e piegata su stessa - sia incapace di vedere e valutare qualsiasi forma innovativa del sistema di gestione della “res publica” considerandola, al contrario, quasi una forma di minaccia ad una classe dirigente che vive in una sorta di mondo parallelo sempre più distante dalla vita reale e dai problemi della società civile.
E quand’anche un amministratore di condominio si trovasse ad assumere un ruolo pubblico anziché considerare la circostanza una sorta di apertura e/o di collegamento con la vita reale ed una preziosa opportunità di ottenere informazioni utili per una visione – forse diversa, ma ugualmente importante – dei problemi più sentiti dai cittadini/condomini, si riesce soltanto a vederlo come un pericolo per il “sistema” e non come una preziosa forma di collaborazione.
Si poteva auspicare che, essendo passati appunto più di trent’anni, la nostra classe dirigente avesse finalmente intuito la necessità di cambiare un modello di gestione del “potere” che l’aveva fatalmente allontanata dalla “società civile”. Ma non è così, purtroppo.
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venerdì 10 aprile 2009
venerdì 12 settembre 2008
Record delle bollette
Nel mese di Agosto, anche se il periodo di ferie estive dovrebbe essere un momento di tranquillità e relax, quotidiani, radio e televisioni hanno sottolineato come i costi di bollette e tariffe abbiano ormai raggiunto cifre da record. Presumibilmente, con l’arrivo dell’autunno e più ancora dell’inverno, a questi rincari se ne aggiungeranno altri, che renderanno la vita della maggioranza dei cittadini ancora più problematica.
Una ricerca di Unioncamere ha valutato nell’ordine del 52% in dieci anni – per l’esattezza la percentuale giusta sarebbe del 52,7% - l’aumento dei servizi pubblici che va a sommarsi peraltro a quello già consistente di pasta (+30,4%), pane (+13,2%) ed altri alimenti di prima necessità.
In particolare gli aumenti più consistenti sono stati registrati per le tariffe dei rifiuti solidi urbani (+49,6%), per l’acqua potabile (+44,6%), per i trasporti urbani (+30,4%) ed infine per l’elettricità la quale registra un poco confortante + 28,7% offrendo un quadro della situazione più che deprimente, e lo è ancora maggiormente laddove si consideri che si tratta sempre e comunque di beni di prima necessità ai quali ben difficilmente è possibile rinunciare.
E’ da rilevare come, alla luce di questi dati, l’apertura del mercato alle utilities locali – di recente attuazione – anziché portare beneficio ai consumatori ha reso sempre più complicato fronteggiare le difficoltà economiche, più gravi e difficili giorno per giorno e si sia trasformato più che in un vantaggio in un vero e proprio salasso per le già povere risorse familiari.
Sconfortante è la constatazione che a fronte di un aumento dell’indice dei prezzi al consumo nazionale del 22,2% le tariffe abbiano visto un incremento medio del 40,4%. La conseguenza di ciò è che una percentuale di circa il 10% delle famiglie non riesce più a far fronte al pagamento delle bollette con la dovuta regolarità dovendo per forza di cose contrarre anche il ricorso a beni di prima necessità difficilmente contraibili senza peggiorare notevolmente la qualità della vita.
Dall’indagine svolta da Unioncamere il dato più sconcertante è quello relativo alla spesa totale delle famiglie italiane per i servizi pubblici in quanto il risultato che emerge (a fronte di 41,7 miliardi di spesa totale corrispondente ad €. 1.643 per famiglia) è che rispetto al 1998 l’aumento è stato del 52,7% provocato, ovviamente, anche dalla maggiore domanda ma non solo.
Risulta quindi evidente dalla lettura di questi dati che non è più procrastinabile un intervento forte e deciso a livello governativo e più in generale da parte di tutte le amministrazioni locali, per tenere sotto controllo e possibilmente riportare nell’alveo della normalità l’incidenza delle tariffe che ormai hanno raggiunto livelli tali da far aumentare il numero dei nuclei familiari che sono ormai sulla soglia di povertà.
Se nel caso dei prezzi dei prodotti alimentari – dell’ortofrutta in particolare – è necessario rivedere tutto il sistema della distribuzione ed eliminare parte dei passaggi che rendono la filiera oltremodo pesante, in quello delle tariffe è indispensabile ripensare alla questione delle liberalizzazioni intervenendo anche nel settore delle partecipate, affinché vi sia la possibilità di aprire realmente il mercato alla concorrenza. Ormai è infatti palese che la mano pubblica non ha fatto altro che appesantire la situazione per i consumatori anziché costituire una risorsa.
Non a caso, a fronte di un rialzo di prezzi e tariffe che non trova riscontro in aumenti del potere di acquisto, che è al contrario in ribasso costante, si è verificata una lievitazione del ricorso al credito per il consumo che, come rilevato da Bankitalia, ha raggiunto la ragguardevole cifra di circa 100 miliardi con una percentuale di crescita di oltre il 28% nell’arco degli ultimi due anni.
Riprendono quota le vecchie cambiali – ormai apparentemente sparite – riportandoci indietro di molti anni, è vero, ma in una situazione economica ben diversa: non c’è più un boom economico che spingeva ad acquistare di tutto, ma una preoccupante recessione accompagnata da un altrettanto allarmante aumento del senso di sfiducia e di impossibilità di recupero che risulta in continua espansione toccando classi sociali considerate ben lontane da queste problematiche.
Su tutto ciò bisogna lavorare seriamente senza ulteriori indugi accantonando interessi di parte per privilegiare quelli collettivi. Sarà possibile?
Una ricerca di Unioncamere ha valutato nell’ordine del 52% in dieci anni – per l’esattezza la percentuale giusta sarebbe del 52,7% - l’aumento dei servizi pubblici che va a sommarsi peraltro a quello già consistente di pasta (+30,4%), pane (+13,2%) ed altri alimenti di prima necessità.
In particolare gli aumenti più consistenti sono stati registrati per le tariffe dei rifiuti solidi urbani (+49,6%), per l’acqua potabile (+44,6%), per i trasporti urbani (+30,4%) ed infine per l’elettricità la quale registra un poco confortante + 28,7% offrendo un quadro della situazione più che deprimente, e lo è ancora maggiormente laddove si consideri che si tratta sempre e comunque di beni di prima necessità ai quali ben difficilmente è possibile rinunciare.
E’ da rilevare come, alla luce di questi dati, l’apertura del mercato alle utilities locali – di recente attuazione – anziché portare beneficio ai consumatori ha reso sempre più complicato fronteggiare le difficoltà economiche, più gravi e difficili giorno per giorno e si sia trasformato più che in un vantaggio in un vero e proprio salasso per le già povere risorse familiari.
Sconfortante è la constatazione che a fronte di un aumento dell’indice dei prezzi al consumo nazionale del 22,2% le tariffe abbiano visto un incremento medio del 40,4%. La conseguenza di ciò è che una percentuale di circa il 10% delle famiglie non riesce più a far fronte al pagamento delle bollette con la dovuta regolarità dovendo per forza di cose contrarre anche il ricorso a beni di prima necessità difficilmente contraibili senza peggiorare notevolmente la qualità della vita.
Dall’indagine svolta da Unioncamere il dato più sconcertante è quello relativo alla spesa totale delle famiglie italiane per i servizi pubblici in quanto il risultato che emerge (a fronte di 41,7 miliardi di spesa totale corrispondente ad €. 1.643 per famiglia) è che rispetto al 1998 l’aumento è stato del 52,7% provocato, ovviamente, anche dalla maggiore domanda ma non solo.
Risulta quindi evidente dalla lettura di questi dati che non è più procrastinabile un intervento forte e deciso a livello governativo e più in generale da parte di tutte le amministrazioni locali, per tenere sotto controllo e possibilmente riportare nell’alveo della normalità l’incidenza delle tariffe che ormai hanno raggiunto livelli tali da far aumentare il numero dei nuclei familiari che sono ormai sulla soglia di povertà.
Se nel caso dei prezzi dei prodotti alimentari – dell’ortofrutta in particolare – è necessario rivedere tutto il sistema della distribuzione ed eliminare parte dei passaggi che rendono la filiera oltremodo pesante, in quello delle tariffe è indispensabile ripensare alla questione delle liberalizzazioni intervenendo anche nel settore delle partecipate, affinché vi sia la possibilità di aprire realmente il mercato alla concorrenza. Ormai è infatti palese che la mano pubblica non ha fatto altro che appesantire la situazione per i consumatori anziché costituire una risorsa.
Non a caso, a fronte di un rialzo di prezzi e tariffe che non trova riscontro in aumenti del potere di acquisto, che è al contrario in ribasso costante, si è verificata una lievitazione del ricorso al credito per il consumo che, come rilevato da Bankitalia, ha raggiunto la ragguardevole cifra di circa 100 miliardi con una percentuale di crescita di oltre il 28% nell’arco degli ultimi due anni.
Riprendono quota le vecchie cambiali – ormai apparentemente sparite – riportandoci indietro di molti anni, è vero, ma in una situazione economica ben diversa: non c’è più un boom economico che spingeva ad acquistare di tutto, ma una preoccupante recessione accompagnata da un altrettanto allarmante aumento del senso di sfiducia e di impossibilità di recupero che risulta in continua espansione toccando classi sociali considerate ben lontane da queste problematiche.
Su tutto ciò bisogna lavorare seriamente senza ulteriori indugi accantonando interessi di parte per privilegiare quelli collettivi. Sarà possibile?
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